Pellegrini, un bronzo mai visto «Nella gara che ho sempre odiato»

Chiudi gli occhi e vai!: il solito atto di Fede. L’araba fenice disegnata sulla tuta, ieri era una veneta felice. Federica Pellegrini se lo è ripetuto in vasca, negli ultimi 100 metri. «Ho chiuso gli occhi e trrrrr! Vai». Anzi, nei 150 metri finali è tornata una velocista di successo, dopo 650 metri nuotati nella palude dell’ignoto. Più forte di tutte, più regina di sempre. «Nella gara che ho sempre odiato». Gli occhi di Federica dicevano tutto quando si sono riversati al tabellone per vederci il tempo (3 secondi in meno del suo primato: 8’24”99, comunque non un gran crono) e la posizione: medaglia di bronzo. Tutto condito da quel bacio verso il cielo: doveroso e sentito omaggio al tutor che l’ha spinta alla follia dell’esplorazione di ogni confine. Aveva ragione Alberto Castagnetti: a Londra, la Pellegrini può far «triplete» di medaglie.
Ieri, nella piscina dell’isola Margherita di Budapest, ha corso da apprendista stregaccia: quella che ti nasconde il trucco fino all’ultimo. Inizio da duecentista attenta, a spalla con le migliori. Poi divagazione nell’ignoto della lunga distanza: una sorta di galleggiamento fra color che sono sospesi, nel limbo del quarto posto. Infine 150 metri da siluro, la più veloce di tutte per bersi all’ultimo (5 centesimi!) l’irlandesina Grame Murphy e per mettere a distanza siderale Rebecca Adlington, che doveva essere il suo punto di riferimento: non a caso l’inglese è campionessa olimpica.
Ieri Rebecca è stata campionessa di buchi nell’acqua e la Pellegrini se n’è accorta quando ha trovato forze per sprintare e metter l’angoscia alla francese Ophelie Etienne (99 centesimi di scarto), non alla danese Lotte Friis, campionessa del mondo che sapeva di essere la più forte. E l’ha dimostrato (8’23”27).
Ma il finale della Pellegrini avrà messo tutti sull’avviso. Non è finita qui. Non è finita per questi europei, dove tenterà di prendersi l’oro dei 200, che manca al pedigrée, e di ripetersi nei 400 sl. Se l’è lasciato sfuggire con voce dal cuore: «Ora comincerò a divertirmi». Anche se l’appuntamento vero va calendarizzato da qui al 2012, per garantire la fine di una storia e di un sogno a quattr’occhi: i suoi e quelli ormai spenti di Castagnetti. Ieri Federica si è spiegata al mondo ed ha ricevuto risposte dal suo motore. Certo, è stata fatica. Forse più del previsto. Gli 800 ti strozzano, ti annebbiano la testa e ti spezzano le braccia, se non sei pronto mentalmente. La dignità di primadonna ha sostenuto lo sforzo della Pellegrini, che poi ha ammesso: «Pensavo che gli 800 venissero più facili, più spontanei, invece sono stati subito difficili. In questi momenti penso ad Alberto. Però ora sono contentissima: un bronzo alla prima gara internazionale importante, come avessi conquistato le prime medaglie nei 400 sl o quella quasi da bambina nei 200». Appunto. Non è più il tempo di quella Pellegrini, piagnucolona, immusonita, bambina che si vide sfuggire una impresa da fenomeno ai Giochi di Atene. Quel giorno Federica si fece soffiare l’oro dalla rumena Potec, che ieri le è arrivata nella scia. Oggi la campionessa è lei, più costruita, sempre ambiziosa, strategicamente più accorta, calcolatrice e forte dei successi.
Vincere serve a vincere. E Federica lo ha dimostrato anche nella difficoltà. «Quando il mio occhialino si è riempito d’acqua, ho chiuso gli occhi e sono andata». E si è tatuata il bronzo da veneta felice.