Pellizotti e Di Luca giganti nella tappa bonsai del Giro

nostro inviato al Blockhaus

Caro diario, sarà il finale perfetto: il Giro del Centenario, che con un colpo di bacchetta il Mago Zom ha trasformato nel Giro del Benelux, si deciderà sul Vesuvio. Cioè sulla montagna più eccentrica e bizzarra, che difatti non è una montagna ma un vulcano, in una nazione piena zeppa di montagne vere. Inutile stupirsi, questa è la storia che siamo chiamati a raccontarci in quest'anno di anniversari. D'altronde, il Giro è nato per non affaticare troppo un anziano miliardario texano di nome Lance Armstrong: non è che adesso ci dobbiamo stupire se la lotta corre sul filo dei secondi, degli abbuoni e dei vulcani.
Tanto meno ci dobbiamo stupire se una delle tappe più belle e più memorabili risulterà alla fine la tappa di Barbie, ottanta chilometri appena nel cuore d'Abruzzo, con arrivo sul Blockhaus. È mignon la corsa, ma non sono puffi i corridori. Va riconosciuto: loro sono grandi. Sfruttano tutto il poco che il Mago Zom concede, dopo i suoi abili giochi di sparizione, offrendo alla fine uno spettacolo molto più nobile del palcoscenico offerto. Vince Pellizotti, con fuga solitaria sull'ultima salita. Crolla Sastre, che sembrava il più in crescita. Ma la corsa vera avviene nel mezzo: con uno sprint forsennato negli ultimi duecento metri, Di Luca riesce a dare una spallatina (siamo pur sempre nella tappa bonsai del Giro bonsai) alla maglia rosa Menchov. Pochi metri, pochi secondi. Più quelli dell'abbuono abbinato al suo terzo posto. Potrebbero essere quattro di più, se Di Luca riuscisse ad arrivare secondo. Ma non ci riesce, perché secondo è Garzelli.
Caro diario, siamo già all'altra storia di giornata. Garzelli, che comunque corre per una squadra abruzzese, chiude la sua fatica subissato dai fischi degli abruzzesi imbestialiti, tutti schieratissimi per il pupillo Di Luca. La colpa? Essersi spolmonato per batterlo in volata e sfilargli i secondi preziosi d'abbuono, in un Giro che si gioca sul filo dei secondi. Clima infuocato, insulti e boati. Di Luca minimizza: «Allo stadio si vede di peggio». Menchov, fischiato pure lui: «Capisco questa gente: stravede per Di Luca».
La verità? Diciamola: non è un gran spettacolo. La famosa gente del ciclismo, beatificata come esempio di correttezza e sportività, sbraca improvvisamente nella normalità più greve. A torto, tra l'altro. Perché volendola raccontare giusta bisogna riconoscere che il presunto sgarbo di Garzelli, in questo Giro il più bel Garzelli di sempre, è solo la naturale reazione a quelli dello stesso Di Luca nei suoi confronti. Cose di pochi giorni fa: Garzelli in fuga con Basso nella tappa di Faenza, dietro insegue Di Luca. Proprio così: quel giorno, anziché lasciare il lavoro alla maglia rosa Menchov, insegue Di Luca. E alla fine impartisce pure una lezioncina velenosa: «Gli amici bisogna cercarseli per strada...». Perfetto. Difatti, cercandone altri, adesso non ha più Garzelli. Può pensare tutto il peggio, può recriminare ferocemente sui quattro secondi svaniti sul traguardo, ma non può certo prendersela con Garzelli, che con lui non ha alcun debito, né di riconoscenza, né di amicizia. Con tutto l'affetto possibile, con tutto il tifo possibile, a Di Luca non si può comunque non ricordare un altro prezioso proverbio popolare: chi semina vento raccoglie tempesta.
Caro diario, siamo alle solite: ci ritroviamo a immaginare che cosa sarebbe successo se soltanto gli italiani, per una volta, fossero riusciti a trovare un patto comune contro lo straniero. La malinconia aumenta ancora di più davanti alla constatazione che Menchov è lì a portata di mano, che basterebbe davvero poco per schienarlo. Purtroppo, c'è subito una seconda constatazione: Di Luca dovrà fare tutto da solo, da qui a Roma. Dovrà cacciare abbuoni ovunque, dovrà dannarsi sul Vesuvio (domani) per riuscire a mettere in banca quel vantaggio necessario nella crono dei Fori Imperiali, tutta a favore del rivale. Solo contro Menchov, solo contro tutti: questa la missione impossibile per Di Luca. Un vero peccato, un bruciante destino, per il teorico dell'amicizia costruita per strada...
Caro diario, mi sembrerebbe un peccato chiudere questa bella giornata di imprese senza segnalare una delle più ragguardevoli. Ancora una volta, è firmata da DinosAuro Bulbarelli, il più grande telecronista di sempre (145 chili, la mattina, prima della sobria colazione a base di vitelli vivi). Forse stanco delle frasi storiche che la Rai infligge tutti i giorni al pubblico, decide sul Blockhaus di rompere gli schemi, e non solo gli schemi, citandone una scovata in proprio. Quando la declama è raggiante: «Caro Buse va a suonar le cornamuse, in Italia abbiam Pesenti che sa suonare tutti gli strumenti».
P.S.: no, tra noi giornalisti non c'è l'antidoping.