Le Pen, l’inutile corsa per l’Oscar alla carriera

Parigi - Se il primo premio nel concorso apertosi ieri a Parigi non fosse l’Eliseo ma un Oscar, si potrebbero dividere e distinguere meglio i candidati: non in base alle loro qualità interpretative o programmatiche, ma secondo i reali obiettivi e le autentiche ambizioni. Si erano iscritti in dodici, ma in quattro hanno contato direttamente. Gli altri si sono spartiti soprattutto in un polverone che a quanto pare gli giova, i malumori e le faide della sinistra e dell’estrema sinistra. Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal si contenderanno il primo premio il 6 maggio.
Anche Jean-Marie Le Pen ha concorso all’Oscar elettorale di Francia; ma non per il miglior film o per la migliore regia, bensì a un premio quasi altrettanto ambito: l’Oscar per la carriera. Ha l’età giusta, 78 anni, il numero giusto di passate partecipazioni, quasi tutte di rilievo, la coscienza, condivisa da una percezione diffusa, che non ci sarà una prossima volta. Il suo è stato un addio amaro, ha ottenuto solo l’10,65% dei voti, con un calo di oltre sei punti rispetto al 2002. «Mi ero sbagliato, i francesi sono molto contenti di come vanno le cose in Francia», ha commentato furioso.
Il leader del Fronte Nazionale ha dunque gareggiato, in un certo senso, soprattutto con se stesso; anche se è pieno di nemici di cui ha subìto il tiro concentrico, che ha ricambiato a raffica. Non è, del resto, una novità: Le Pen non ha mai realmente cercato la presidenza della Repubblica. Al di là dei suoi slogan vaghi e a tratti apocalittici, del suo gusto di presentarsi ogni volta come la più scontata delle «novità», egli sapeva bene che non avrebbe mai trovato la metà dei francesi più uno che volessero insediarlo all’Eliseo.
Quello che ogni volta si era proposto era di istituire una sorta di censimento dei no e di farne incetta. No di destra contro la destra, no di sinistra contro la sinistra; il voto di centro per lui praticamente non esiste, anche perché egli è, al di là dei programmi, il tipo umano antitetico al centrista prima ancora che il destino gli facesse dono di un cavallo instancabile da palio, l’immigrazione, egli si era costruito uno slogan che lo esprime ed esprime i suoi fedeli: «Ni la peste ni la colère».
È trascorso mezzo secolo, e Jean-Marie era un debuttante nella politica ma con un passato militare e paramilitare: l’Indocina e poi l’Algeria, due sconfitte che portarono alla tomba l’Impero francese. Era stata l’ora di gloria dei parà, i «centurioni» animatori della Collera delle Legioni: il ponte di transito fra la professione militare e la militanza, fra il patriottismo e la dissidenza. Le Pen si presentò candidato alla Camera in un collegio del Quartiere Latino di Parigi, contro un gollista e un comunista. La peste e il colera. Riuscì a vaccinare i suoi elettori contro entrambi con l’aiuto di un’ondata di protesta che noi chiamammo «qualunquista», incarnata allora da Pierre Poujade, un cartolaio di provincia che odiava soprattutto le tasse, e dunque i deputati che lo votavano.
Non era proprio la grande passione di Le Pen l’ultranazionalista, ma le somme aritmetiche tornarono. Dopo cambiò tutto: la ribellione del cartolaio portò al ritorno del Generale. La Francia ridiventata gollista non aveva bisogno dell’uno né dell’altro. Poujade a poco a poco svanì, Le Pen conobbe invece soltanto una breve stagione di dimenticanza e disoccupazione. Finché non tornarono ad assomigliargli i milioni di cittadini della Francia postgollista confrontati con la non prevista eredità dell’Impero: l’immigrazione dalle ex colonie, il trapianto su quello che era uso chiamare l’Esagono di milioni di extraeuropei destinati a chiamarsi extracomunitari, un fenomeno destinato a dilagare in tutta Europa e a provocare reazioni non dissimili in ogni Paese.
Il Fronte Nazionale ne scaturì quasi obbligatoriamente e nessuno sapeva esprimerne sentimenti e risentimenti come Le Pen. Vi confluirono subito, cercati o meno dal leader, altre passioni e altri rancori dal terreno fertile e a tratti camuffato dell’Estrema Destra francese storica. Il resto è cronaca, contrassegnata da due involontari regali a Jean-Marie Le Pen. Il più noto è il suicidio scissionistico della Gauche, che cinque anni fa indebolì il premier socialista uscente Lionel Jospin al punto da farlo escludere dal ballottaggio, superato da Le Pen come finalista del poi plebiscitato Chirac. Meno noto ma più durevole e altrettanto importante è il secondo: la guerra a morte che Chirac sempre condusse contro Le Pen, pronto a pagare anche il prezzo di una scissione permanente nella Destra.