Pena di morte, l’Iran soffoca la protesta di Prodi

Ma dopo la strigliata di Teheran, risentitasi per l’intervento contro l’ondata di impiccagioni, la Farnesina fa marcia indietro. L’Italia aveva criticato le recenti esecuzioni nella Repubblica islamica, che reagisce duramente: "Questa è un’ingerenza nei nostri affari interni". Capezzone smentisce Intini e parla di "Stato canaglia"

Roma - È bastato il fiato di un portavoce iraniano. È bastato lo stizzito invito a non interferire del ministero degli Esteri di Teheran e il prode sottosegretario agli Esteri Ugo Intini ha ordinato l’indietro tutta. Se vi sembrava che la Farnesina avesse espresso moderato sdegno per le 11 impiccagioni di questa settimana nelle piazze iraniane, per le 16 di quelle precedenti o per le 120 dell’anno in corso, ricredetevi: non è successo nulla. Il nostro governo, portabandiera all’Onu della crociata per una moratoria sulla pena di morte, è già in rotta. Come un esercito allo sbando, calpesta le sue bandiere, dimentica i suoi principi e si defila in attesa di tempi migliori.

La granata che avvia l’italica Beresina parte dalla sala stampa del ministero degli Esteri di Teheran dove il portavoce Mohammad Ali Hosseini biasima e critica le reazioni internazionali alle 16 impiccagioni della settimana e alle condanne a morte di due giornalisti curdi. Su quel fronte è intervenuta nei giorni scorsi anche la Farnesina esprimendo «forte inquietudine per le esecuzioni» e invocando la sospensione della condanna dei due giornalisti. Ma al governo di Teheran - fa capire Ali Hosseini - le proteste dell’Italia e degli altri Paesi non vanno giù.
«Ogni Paese indipendente agisce contro i criminali secondo le proprie leggi, e qualsiasi interferenza esterna rappresenta un’ingerenza negli affari interni», dichiara Ali Hosseini, aggiungendo che la condanna dei giornalisti non ha nulla a che vedere con le loro attività professionali «bensì con i crimini commessi».

La Farnesina, chiamata a far i conti con le conseguenze di quella secca replica, non perde tempo. Sulla bilancia ci sono da una parte i sacrosanti principi della lotta alla pena di morte e dall’altra i rendiconti sulle importazioni di idrocarburi iraniani e sulle esportazioni di tecnologia e manufatti. Quei conti parlano chiaro. Il nostro Paese resta in testa negli scambi commerciali con la Repubblica Islamica. Dunque fino a quando Teheran vende e compra, la battaglia contro la forca può attendere.

A ordinare la ritirata nel bel mezzo della sua missione al Cairo ci pensa il sottosegretario Ugo Intini. «Il governo di Teheran - dichiara - conosce bene le buone intenzioni del governo italiano, che ha sempre cercato di risolvere attraverso il negoziato le crisi internazionali, come quella dell’Irak, del Libano e il conflitto palestinese». Insomma scherzavamo, dicevamo tanto per dire, non intendevamo offendervi e, se così vi è sembrato, scusateci, non lo faremo più. La classica fermezza, viene da dire, del rappresentante di un governo candidatosi a guidare la battaglia per la «moratoria universale sulla pena di morte». Ma quel concetto di «universale - chiarisce Intini - non riguarda né la Repubblica islamica, né le impiccagioni nelle sue piazze. «Siamo di fronte - precisa senza rossori né imbarazzi, «a una battaglia di principio» non certamente mirata contro un singolo Paese. Una battaglia caratterizzata dalla ricerca del dialogo e dall’attenzione ad «evitare qualsiasi interferenza nella politica interna altrui». L’unica seccatura sembra la platealità di quelle esecuzioni pubbliche. «Siccome proprio l’Italia è tra i Paesi che più credono nel dialogo con l’Iran - argomenta il sottosegretario -, tutto ciò che aumenta la tensione e colpisce l’opinione pubblica capitale, e le esecuzioni colpiscono l’opinione pubblica occidentale, non aiuta». Se proprio dovete impiccare - sembra dire Intini - fatelo pure, ma con discrezione.

A rendere ancora più schizofrenica la politica italiana ci pensa il deputato della Rosa nel pugno Daniele Capezzone. Pur militando nelle file del governo, Capezzone non perde l’occasione per sparare a zero contro Teheran e smentire il sottosegretario Intini. «L’Iran - dichiara il deputato - si conferma leader degli Stati canaglia nel mondo. E non è solo questione di pena di morte. Il punto è la sistematica soppressione della libertà e della democrazia; il finanziamento e il sostegno del terrorismo internazionale; la destabilizzazione dei tentativi democratici in Medio Oriente».