La pena non viene sospesa Contrada rimane in carcere

Il Tribunale esamina il referto e decide che non è grave. L’ex 007: "I pentiti sono stati utilizzati in modo pericoloso"

A pensar male talvolta ci si azzecca, direbbe l’ex imputato per mafia Giulio Andreotti infangato (ma assolto) dagli stessi pentiti che hanno infangato (e fatto condannare) Bruno Contrada. Già, perché intorno alla sorte del funzionario del Sisde ristretto in precarie condizioni di salute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ieri son fioccate curiose coincidenze. Negative, ovviamente. Nel giro di poche ore le agenzie di stampa hanno rilanciato, una dopo l’altra, tre ferali notizie. La prima, arrivata con un giorno di ritardo: «Il magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere ha rigettato l’istanza di differimento della pena proposta per Bruno Contrada. Il provvedimento è stato depositato ieri (lunedì scorso, ndr) ma la notizia è stata appresa solo oggi (cioè martedì, ndr). Per il giudice non ricorrono i presupposti per accedere al differimento dell’esecuzione della pena. Nulla quaestio, invece, all’istanza di detenzione domiciliare, misura che nel caso in specie può essere concessa esclusivamente dal tribunale di sorveglianza».

La seconda, sollecitata inutilmente dall’imputato sin dal 10 maggio scorso (per chiedere la revisione del processo) quando la Suprema Corte confermò la condanna e Contrada tornò in carcere: «La Cassazione ha depositato le motivazioni della condanna a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Contro l’imputato - scrivono i giudici con l’ermellino - non c’è stato alcun complotto da parte dei pentiti. Le loro versioni sono state correttamente valutate dalla Corte di appello di Palermo insieme a molte testimonianze di questori e poliziotti che hanno espresso “diffidenze” nei confronti dell’ex super-poliziotto. I testimoni, anche quelli diversi dai pentiti, non mentono, come invece era stato affermato più volte nel ricorso della difesa».

Non c’è due senza tre. E così l’ultima notizia, assolutamente inattesa e fuori luogo, è arrivata prima di Natale. Ma siccome tutto fa brodo, è uscita casualmente ieri: «Il “Tribunale” del Csm condanna Claudio Contrada, fratello di Bruno e giudice onorario a Napoli, per vicende legate al suo matrimonio. La censura è la sanzione che gli è stata inflitta dai giudici di palazzo dei Marescialli: due anni fa era stato condannato per maltrattamenti alla moglie mentre era stato assolto dalle accuse di aver violato nei confronti della donna gli obblighi di assistenza familiare».

Questa convergenza di notizie negative su Bruno Contrada avveniva mentre lo stesso rilasciava un’intervista a Sky Tg24 nella quale sollecitava una commissione d’inchiesta per fare luce sul comportamento di quei pentiti che nel processo non hanno portato una sola prova e che sono stati creduti a prescindere dalla Cassazione anche quando parlavano per sentito dire o citavano frasi dette da persone che non possono confermare né smentire essendo defunte. Contrada ha evitato, invece, di far espresso riferimento alle conclamate bugie di «testimoni» eccellenti, come il papà del pool Antonino Caponnetto o svariati ufficiali e sottufficiali dei carabinieri, smentiti in aula ma creduti dalla Cassazione solo perché avrebbero avuto «dubbi» sul suo operato: «I pentiti sono come armi - ha tuonato Contrada - un’arma può essere utilizzata per buoni fini, per la difesa della Patria, della propria vita o di quella degli altri, ma la stessa arma può essere utilizzata anche per omicidi, crimini, per rapinare e commettere delitti. Quindi non è il pentito in sé che costituisce pericolo, il pericolo è il modo in cui viene utilizzato o gestito il pentito. Ci vuole grande professionalità, coscienza e volontà per ricercare la verità, non per raggiungere comunque uno scopo».