«La pena va divisa, voglio una cella matrimoniale»

L’educatrice che ha raccolto le sue confidenze: «Mi disse che nei pizzini aveva scritto cosa era successo a Erba»

nostro inviato a Como

Il sogno proibito, sconcertante, di Olindo Romano ha il perimetro di un letto matrimoniale. Il suo letto matrimoniale. Da continuare a dividere, per il resto dei suoi giorni, accada quel che accada, con la sua Rosa. Il desiderio irrealizzabile che, puntualmente, ogni volta, per tredici mesi, in tredici colloqui, lui, detenuto nel reparto osservazione, che poi sarebbe l'anticamera dell'infermeria, ha detto, ridetto e affidato all'educatrice del carcere del Bassone. E che ieri, quando la dottoressa Federica Pisani è stata ascoltata al processo in Corte d'Assise a Como, come teste citata dalla difesa, è rimasto ancora una volta lì. Sospeso nell'aria rarefatta delle mille fibrillazioni di questo processo. «Il signor Romano mi parlò, fin dall'inizio di questo suo desiderio, e qualunque fosse l'argomento delle nostre conversazioni, quella sua idea diventava, per un motivo o per l'altro, sistematicamente oggetto di lunghe discussioni. “Le responsabilità - ripeteva il detenuto, ha raccontato l'educatrice - ce le siamo assunte in due e siccome siamo sposati ci deve essere garantito di scontare il periodo della pena insieme. Le istituzioni devono tutelare il valore del matrimonio, quindi anche il periodo della pena deve essere trascorso in una stessa cella”».
La dottoressa Pisani ha anche tratteggiato il progressivo cambiamento notato in Olindo Romano. Accolta inizialmente in modo brusco e insofferente dall'imputato: «“Che cosa devo dire ancora, abbiamo già confessato, si sa già tutto...” mi disse. Aggiungendo che “veniva visto come il mostro” e lui, con un po' di ironia, non smentiva. Ma questo comportamento, tenuto fino all'estate dell'anno scorso, a settembre cambiò radicalmente», ha sottolineato l'educatrice del Bassone.
«Da quel momento in poi - ha precisato la donna - Olindo Romano cominciò a ripetere di non essere salito in casa di Raffaella Castagna la sera della strage. In verità non ha mai usato il termine innocente. Ripeteva solo di non essere salito in casa di Raffaella». La dottoressa Pisani ha poi rivelato alcuni particolari sugli ormai famosi «pizzini» di Olindo: «Avevo chiesto a Romano di scrivere dei racconti, mi diede un fascicoletto con due favole e poi dei fogli scritti con una serie di segni strani e annotazioni con l'evidenziatore. Gli chiesi di che cosa si trattava. Provi a decifrarlo, fu la risposta. Li misi in una cartelletta ma, all'uscita, un sovrintendente li sequestrò. Quando rividi Olindo, tre settimane dopo per il nostro solito colloquio mensile, lui mi disse: “Ho scritto che cosa è successo quella sera a Erba”. Io rimasi sorpresa e gli risposi: A me? Perché proprio a me? “Tanto sono cose che si sanno, fu la replica di Olindo”».
A margine dell'udienza di ieri si inserisce anche la scarcerazione di Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef , barbaramente assassinati, assieme a Paola Galli e a Valeria Cherubini, la sera dell'11 dicembre 2006 a Erba. Il Gip di Como Luciano Storaci ha infatti concesso gli arresti domiciliari al ventisette tunisino, che era in carcere a Vigevano dal primo Dicembre, per una vicenda di droga. Azouz dovrà restare in un appartamento che gli ha trovato e per il quale garantisce, il suo legale, Roberto Tropenscovino, a Lecco, vicino al suo studio.
Lo stesso Tropenscovino non si è lasciato sfuggire l'occasione per esprimere ancora una volta con chiarezza il suo pensiero in merito all'intera vicenda: «Con la concessione dei domiciliari si torna alla giusta distanza tra Azouz e gli imputati - ha dichiarato l'avvocato -. Azouz torna a essere un uomo quasi libero, mentre loro sono in carcere e mi auguro che ci rimangano per sempre».