Penalizzate le donne medico: sono sempre di più ma non fanno carriera

I dati del Conto Annuale della Ragioneria generale dello Stato per il Servizio Sanitario Nazionale rivelano che il 37 per cento di donne medico lavora a tempo indeterminato (41.919 su 112.861) ma soltanto il 13 per cento ha raggiunto il ruolo di primario (1,284 su 9.692).

Aumentano le donne medico ma non fanno carriera e restano confinate in ruoli precari più a lungo dei loro colleghi maschi.
Inevitabile fare i conti con l' 8 marzo anche per il settore della medicina. Si scopre così che nel 2011 i camici bianchi con la gonna devono ancora arrancare dietro agli uomini anche se oramai sono in numero maggiore visto che rappresentano oltre il 60 per cento dei nuovi laureati in medicina.
I dati del Conto Annuale della Ragioneria generale dello Stato relativi al Servizio Sanitario Nazionale vedono ormai il 37 per cento di donne medico a tempo indeterminato (41.919 su 112.861) ma solo il 13 per cento di loro è riuscito a raggiungere il ruolo di primario (1,284 su 9.692).
Invece tra i medici in part time le donne sono oltre il 90 per cento (903 su 985) e tra i medici precari raggiungono il 57 (3.709 su 6.493). Rimangono prettamente maschili le specialità chirurgiche (95 per cento chirurgia maxillo facciale, 91 cardiochirurgia, 87, chirurgia toracica, 84 chirurgia generale) mentre più femminili sono pediatria (56) e circa la metà (50) in oncologia, anestesia, ematologia e psichiatria.
«In campo medico ancora sussiste una penalizzazione delle donne -denuncia Massimo Cozza, segretario nazionale FPCGIL Medici- specchio di una struttura sociale dove le differenze biologiche troppo spesso si traducono in gerarchizzazione e precarietà». Anna Baldi, componente della segreteria nazionale FPCGIL Medici (prima donna medico candidata nella lista intersindacale Per una Nuova Onaosi per le elezioni della Fondazione di assistenza agli orfani dei sanitari) promette il massimo impegno «per una organizzazione delle unità operative che consenta una sempre maggiore conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita e per eliminare le discriminazioni fra uomini e donne negli ospedali e nei servizi sanitari territoriali».