«Penati dia i soldi alla Scala e non a Gavio»

«La Provincia vuole entrare nella gestione del Piermarini, ma non ne sa nulla»

Sabrina Cottone

Lo scontro tra Gabriele Albertini e Filippo Penati entra alla Scala. Il sindaco definisce «scandaloso» che la Provincia versi solo 103mila euro l’anno per il Piermarini. Ma Penati non apre il portafoglio e continua a attaccare: «Prima voglio garanzie di pluralismo». Uno scambio di idee che arriva nel giorno in cui il ministro ai Beni culturali, Rocco Buttiglione, annuncia che la Scala non può aspettarsi più fondi dei quasi 34 milioni di euro ricevuti nel 2004.
La tensione in teatro è già alta e venerdì prossimo, per discutere dei possibili tagli, si riunirà l’assemblea dei lavoratori del Piermarini. Albertini non è sorpreso dalle intenzioni del governo: «Ha scelto di non spremere la fiscalità oltre un limite accettabile. E ovviamente la spesa pubblica da questo è condizionata». Il sindaco torna poi a parlare degli sprechi e dei tanti casi che andrebbero indagati: «Quando l’ex sovrintendente Mauro Meli ha denunciato situazioni incredibili, nessuno ha replicato. Sulla vicenda è sceso il cloroformio come per Gavio e Serravalle».
E Albertini usa la vicenda Serravalle anche per ironizzare sullo scarso impegno economico di Penati: «Forse si è dissanguato con i 238 milioni di euro al gruppo Gavio o con i 400mila euro ai cassintegrati dell’Alfa ai quali il Comune aveva già trovato un lavoro» E ancora: «Penati vuole entrare nel cda ma sa poco o nulla della materia. Così sorprende che pretenda di entrare nella stanza dei bottoni e di risolvere tutti i problemi senza neanche essersi informato e impegnato finanziariamente». Il fatto è, spiega il sindaco, che per essere soci permanenti della Fondazione è necessario versare un contributo minimo di 5 milioni di euro oppure, nel caso di soci ordinari, un minimo di 520mila euro. «Ma i soci pubblici e privati investono generalmente molto di più. La Regione Lombardia, per esempio, versa 2,5 milioni di euro» aggiunge il presidente della Fondazione Scala.
Albertini parla anche dei passivi della Scala e sostiene che «i debiti non esistono perché dal 1997 a oggi, proprio grazie alla creazione della Fondazione e all’ingresso dei vituperati soci privati, il patrimonio della Scala si è accresciuto notevolmente, tanto da permettere il doppio trasloco durante il restauro del teatro e la doppia gestione Piermarini-Arcimboldi senza ricorrere all’indebitamento». E attacca: «Ha una qualche dignità esprimersi sulla Scala quando si versano centomila euro l’anno?».
Penati replica scaricando sulla gestione precedente la responsabilità dello scarso impegno nella Scala: «Lo stato dei rapporti economici tra Scala e Provincia è quello ereditato dalla giunta Colli» dice Penati. E sostiene che «finora né il sindaco, né il consiglio di amministrazione hanno manifestato un vero interesse a un coinvolgimento della Provincia. Solo in presenza di garanzie di pluralismo, la Provincia è disposta a sottoscrivere la quota di socio fondatore». Inoltre, Penati cerca di dare indicazioni anche alla Camera di Commercio e alla Fondazione Cariplo: «Chiediamo loro di farsi carico, per le nomine di loro competenza, di quel pluralismo che finora è mancato e che è unica garanzia di trasparenza e buona gestione».
Ma al di là del contenzioso sui fatti contingenti, il sindaco è convinto che l’intero mondo degli enti lirici dovrebbe essere soggetto a una riforma. «Tredici teatri lirici in Italia sono veramente tanti e tutti in una situazione difficile. Non voglio essere io a fare esclusioni ma certo il numero va ridotto». Una tesi condivisa, e anzi approfondita, dall’assessore alla Cultura, Stefano Zecchi, favorevole a dividere diversamente «la torta del Fondo Unico dello Spettacolo». Spiega Zecchi: «So che il Fus distribuisce oltre il 43% dei suoi fondi agli enti lirici. Gli enti lirici che partecipano sono 13 più uno, il Petruzzelli, tra i quali non vi è neppure il Teatro Regio di Parma, perché appartiene alla realtà della prosa. Forse andrebbe rivista la redistribuzione: gli enti lirici che realmente fanno grande produzione di tipo culturale sono forse soltanto sei».