Penati gioca la carta del moderato: «Mai più con la falce e martello»

Prc: «Sono dichiarazioni inaudite, deve dimettersi» Poi il presidente fa retromarcia per evitare la crisi

Sushi e sashimi sono piatti indigesti per quelli di Rifondazione. Loro continuano a ingurgitare salamella e lambrusco. E a Filippo Penati va bene così: che i suoi alleati di governo non frequentino la Festa democratica, dove il Martini va giù più e meglio del Cuba libre, lo considera cosa buona e giusta. Già, il Democratic party è solo per chi, Penati in testa, può fare a meno di falce e martello. Sì, sorpresa: il presidente della Provincia preannuncia che alle elezioni provinciali del 2009 non vuole più essere sostenuto, appoggiato e, perché no, essere ostaggio dei compagni.
«Falce e martello non ha più alcuna ragione di esistere. Falce e martello è un simbolo che appartiene al ’900 ovvero è simbolo che appartiene a una storia passata» dichiara l’inquilino di Palazzo Isimbardi. Che, oplà, in due-minuti-due cancella la «sua» storia personale, familiare e politica dentro il comunismo: «Falce e martello è un simbolo che fa parte della mia storia politica, ma oggi non ha più alcuna ragione di esistere».
Messaggio inequivocabile detto e ridetto dagli schermi di TeleLombardia e che l’ex sindaco dell’ex Stalingrado d’Italia declina nel «suo» presente politico: «Se oggi ci fossero le elezioni non accetterei alcuna lista collegata che porti il simbolo di falce e martello». E tanto per sfatare (se ne ce fosse) ogni residuo dubbio il presidente chiosa che «nel paese esiste una parte di cittadini che esprime un’esigenza di dare rappresentanza a un pensiero radicale» ma, attenzione, «ciò deve avvenire all’interno di un impegno di innovazione culturale e politica». Come dire: «Serve una forza di sinistra innovatrice, capace di rappresentare e interpretare le istanze dell’oggi, non conservatrice e rivolta solo a un passato che non esiste più».
Virgolettati di un presidente che, secondo Rifondazione, è «incontenibile» e con «quest’inaudita dichiarazione, dispensando patenti di innovazione e conservazione a destra e a manca», tenta di rimandare un confronto con i suoi alleati, quelli della Sinistra arcobaleno e no global che invece lo reclamano dopo le uscite del Penati travestito da sceriffo della lega. «Non vorremmo» commenta Nello Patta, segretario Prc milanese «che Penati si proponesse» così «di condizionare la riunione di maggioranza convocata per domani». E, comunque, giusto per mettere le mani avanti, Rifondazione - «non crediamo alle nostre orecchie» - insegna a Penati il valore della «coerenza»: «Se si tratta di affermazioni politiche, il presidente si presenti dimissionario davanti al consiglio provinciale, rimettendosi al giudizio degli elettori». Suggerimento a chi, annota Patta, «ignora di aver governato finora con Rifondazione, il secondo partito della coalizione per i voti ricevuti».
E i Comunisti italiani attraverso Luca Guerra lo invitano «a venire in aula (non solo in tv) a dire pubblicamente che non vuole più i voti dei consiglieri comunisti». Sostegno che finora Penati ha sempre blandito per «galleggiare» annota Mario Agostinelli (Prc): osservazione azzeccata, infatti il presidente fa sapere in tarda serata che «le sue opinioni personali» non «attengono all’attuale maggioranza». Una giravolta, l’ennesima di chi, dopo il tsunami delle politiche fa bene a temere il giudizio degli elettori milanesi.