Penati, i sospetti dei pm si allungano sui vertici Pd

MilanoL’inchiesta sulle tangenti rosse a Sesto San Giovanni prosegue e alza il tiro: la chiusura di un primo troncone di indagine, dove si prepara la richiesta di rinvio a giudizio per una serie di pesci piccoli e di episodi minori, porta a galla dettagli che illuminano di una luce nuova lo scenario principale, quello che vede come indagato numero uno l’ex sindaco della città, Filippo Penati, divenuto poi presidente della Provincia di Milano e capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.
Nelle carte depositate dai pubblici ministeri Walter Mapelli e Franca Macchia compaiono numerosi riferimenti ai vertici nazionali del Partito democratico, indicati come terminali del sistema che ruotava intorno a Penati. E in un verbale di interrogatorio viene fatto esplicitamente il nome dell’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema.
Il passaggio in cui i pm monzesi indicano, quasi en passant, che l’indagine tocca la segreteria nazionale del partito di Bersani è contenuto in una richiesta di intercettazione telefonica depositata agli atti e riportata ieri da Repubblica. La Procura parla di «un sistema tangentizio tuttora operante che dal livello comunale arriva fino alla direzione centrale del Partito democratico». È un gancio allo stomaco per i vertici, che da quando è esploso il caso di Sesto San Giovanni hanno fatto il possibile per liquidare l’affare Penati come un «caso locale». Anche se poi Bersani, in più di un’occasione, ha preso le difese del suo braccio destro, rivendicando persino la correttezza di quel gigantesco pasticcio che fu l’operazione Serravalle: una difesa d’ufficio che, a leggere le nuove accuse della Procura di Monza, assume tutt’altro significato. Se Penati e i suoi, come ipotizzano i pm, lavoravano per i vertici romani, allora scaricarli troppo bruscamente poteva avere conseguenze imprevedibili.
La Procura parla di «un quadro impressionante per continuità ultradecennale e rilevanza delle somme promesse, di accordi, progetti e pagamenti illeciti». Un quadro in cui sta calata a pieno titolo la testimonianza di Giuseppe Pasini, il costruttore sestese, ex proprietario della gigantesca area Falck ma anche titolare di una cospicua serie di operazioni sul territorio della città. Così Pasini parla degli emissari dei Ds e delle Coop: «Era gente che arrivava tutta insieme e si attaccava all’osso perché era un osso abbastanza grosso che volevano rosicchiare (...). Non so come si dividessero i soldi, per me era un blocco di gente tutta uguale».
Dei due «consulenti» legati alle Coop che dovette arruolare e pagar e profumatamente, Francesco Agnello e Gianpaolo Salami, dice che «non li ho certo scelti per la “particolare esperienza nella commercializzazione di aree industriali dismesse”», «tutte le fatture si riferiscono a prestazioni fasulle», e «in sostanza il contratto è falso: ho pagato questi qui perché le cooperative se ne andassero fuori dai piedi (in quanto volevano fare la parte del leone senza averne i mezzi) o comunque riducessero le loro pretese nell’affare».
E Pasini racconta anche di un suo interessante viaggio a Roma per cercare di sbloccare i propri affari: «Mi sono recato a Roma due volte ma non a Botteghe Oscure. La prima volta ho parlato con un onorevole socialista di cui non ricordo il nome. La seconda volta a Sviluppo Italia, associazione vicina a D’Alema, alla quale nel 2000-2001 ho pagato le fatture emesse in forza di un contratto per lo sviluppo delle aree. Al socialista non ho dato niente perché mi è parso uno che voleva intrufolarsi senza frutto».