Penati lascia solo Veltroni: «Non mi candido»

Rimango per mantenere gli impegni presi con i cittadini

We can, possiamo farcela, dice Walter Veltroni. Ma Filippo Penati indietreggia, «io, mi fermo qui». Sì, lui, Penati resta inquilino di Palazzo Isimbardi fino al 2009. «Ho scelto: rimango per mantenere gli impegni presi con i cittadini dell’area metropolitana e proseguire il lavoro alla guida della Provincia di Milano».
Virgolettato che sintetizza tre-giorni-tre di riflessioni e un cellulare andato in tilt per il traffico telefonico tra la milanese via Vivaio, sede della Provincia, e la romana piazza Sant’Anastasia, sede del Pd. «Ho pensato e riflettuto a lungo sulle proposte che mi sono arrivate da Roma per dare il mio contributo al progetto politico innovativo in cui ho creduto fin dall’inizio. Ringrazio chi ripone fiducia in me, ma prevale il senso di responsabilità nei confronti dei cittadini milanesi che nel 2004 mi hanno dato la loro fiducia».
Inutile ricordargli che i sondaggi danno il suo appeal politico in declino rispetto al 2004, che il metodo Penati è amministrativamente fallito - tranne che nell’affaire Serravalle - e che, dettaglio, non esiste più l’Unione. Da ottimo comunicatore, Penati sa che queste valutazioni non sono esagerazioni bensì fatti nudi e crudi: lo sa, ma fedele al motto negacion de l’evidencia chiosa che «forse, ero distratto ma non me ne sono mai accorto... e poi una crisi della maggioranza...».
Quella «crisi» messa nero su bianco nelle cronache politiche locali, condita dai vagheggiamenti degli undici consiglieri della sinistra radicale e persino dal travestimento degli assessori della Cosa Rossa da soviet per tentare di mettere Penati sotto tutela. Dettagli di un’amministrazione provinciale che «dopo riflessione» del suo presidente non va alle urne nonostante la giunta sia sostenuta dall’Udeur - «il partito di Mastella a livello nazionale non sta con il centrosinistra? Be’, qui non è un problema» osserva Penati - e i Comunisti italiani non siano più rappresentati.
Lui va avanti, comunque: «L’attività che abbiamo svolto in questi anni e che stiamo continuando a svolgere ci ha consentito di raggiungere risultati importanti e positivi». Snocciola, Penati, le risposte che sono arrivate «al problema della sicurezza e della mobilità nell’area metropolitana milanese, con l’avvio di forti investimenti per realizzare opere infrastrutturali e di trasporto attese da tempo». E, ancora, «c’è il forte impegno per l’ambiente, con attenzione per le nuove frontiere dello sviluppo sostenibile, il sostegno convinto all’innovazione...». Elenchino infinito che, nell’aula consiliare di via Vivaio, l’ha costretto spesso e volentieri a pagare un prezzo alto con la sua maggioranza.
Ma nei tre-giorni-tre di riflessioni sull’offerta veltroniana, il Presidente ha messo i paletti alla Cosa Rossa: o responsabilmente con me o alle urne con il peso della Provincia che certamente torna al centrodestra. Ultimatum che, quindi, spinge Rifondazione ad applaudire la «scelta» di Penati: «Un atto di responsabilità che consente di proseguire la discussione sulle priorità programmatiche per rilanciare l’azione politico-amministrativa della maggioranza in Provincia». Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.