Penati si sente accerchiato dai pm Ma l'inchiesta era ferma da 5 anni

La procura di Milano dal 2006 in stand by, quella di Monza ora accelera. Acquisto delle quote Gavio: per i giudici fu un danno da 76,4 milioni

Milano - «Il dossier è arrivato in Procura ieri. Ora i magistrati facciano il loro lavoro come io ho fatto il mio». Così parlò Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, all’indomani dell’esposto sull’affaire Serravalle. Il problema è che «ieri» è il 25 gennaio del 2006. E a oltre cinque anni di distanza, il fascicolo aperto dai Pm milanesi non è ancora stato chiuso. In ballo c’è una richiesta di archiviazione, sui cui nessun giudice si però è ancora espresso.

La «cautela» della Procura di Milano, però, scolora di fronte all’arrembaggio investigativo dei pubblici ministeri di Monza, titolari dell’inchiesta sul «sistema Sesto». Perché Walter Mapelli e Franca Macchia non sembrano intenzionati a mollare la presa sul passaggio di quote fra la Provincia di Milano, durante la giunta di Filippo Penati, e il gruppo di Marcellino Gavio. I Pm monzesi, infatti, hanno chiesto gli atti del fascicolo ai colleghi milanesi, alla ricerca di eventuali anomalie in una compravendita che a molti sembrò troppo onerosa per le casse pubbliche. Nel 2005, infatti, Palazzo Isimbardi comprò da Gavio il 15% delle quote di Serravalle, pagando ogni azione 8,973 euro contro i 2,9 spesi a suo tempo dal costruttore. E facendo infuriare l’allora sindaco Albertini. Ma in favore dell’ormai ex vicepresidente del consiglio regionale lombardo - [TESTO]al centro di un’indagine su un giro di presunte mazzette per i lavori di riqualificazione dell’ex Falck da destinare al partito, è allargata ai molti affari in cui il politico del Pd ha avuto un ruolo nel corso degli anni - si registra il parere dei periti incaricati ormai cinque anni fa dalla Procura di Milano di valutare l’operazione Serravalle. Il prezzo pagato da Palazzo Isimbardi, sostengono i tecnici in una consulenza di circa 200 pagine, era da considerarsi «congruo». Nella relazione, gli esperti spiegano di aver analizzato la compravendita sotto tre punti di vista: privatistico, di mercato e pubblico. E concludono che, nel complesso, il prezzo al quale Asam - cioè la holding delle partecipazioni societarie che fanno capo alla Provincia di Milano e che operano nel settore delle infrastrutture e della mobilità - ha comprato il pacchetto è da ritenersi quello giusto. Palazzo Isimbardi - si legge -, con l’acquisto del 15% delle azioni, ha ottenuto la maggioranza assoluta della Milano Serravalle, salendo dal 37% al 52% delle quote. E questo, è scritto ancora nella relazione dei professori Mario Cattaneo e Gabriele Villa, porta a un inevitabile aumento del costo delle azioni, giustificando così l’esborso finale. Inoltre, dato che il controllo della Milano Serravalle è rimasto pubblico, non si sarebbe verificato alcun impoverimento del bene, in ragione di un investimento utile per il futuro. E in caso di cessione, l’investimento permetterebbe di realizzare una plusvalenza.

Un punto a favore di Penati? Questione di prospettive. Perché ad altra - e opposta - conclusione erano arrivati i giudici della Corte dei conti della Lombardia. L’operazione Serravalle - secondo la Procura contabile - fu non solo «priva di qualsiasi utilità», ma anche caratterizzata da «diversi profili di danno erariale», quantificato in 76,4 milioni di euro. Non solo. «La scelta di acquisto del pacchetto azionario in violazione del patto di sindacato - insiste la Corte - ha comportato un deprezzamento del valore delle quote detenute dallo stesso Comune». Il punto, per i giudici di via Corridoni, è che «gli enti locali, con particolare riferimento al Comune di Milano e alla Provincia di Milano, già detenevano il controllo della società pubblica, in quanto la loro quota azionaria, pari complessivamente al 55,305%, assicurava una gestione sociale di Serravalle nell’esclusivo interesse delle comunità amministrate». È un passaggio quest’ultimo, su cui sembrano aver riflettuto anche i Pm di Monza. E cioè che ci sia stato un altro interesse - questa volta privato - dietro l’enorme travaso di denaro.