«Penati sindaco? Una proposta irricevibile»

«La richiesta di primarie? Uno scatto di nervi dei Ds. No ai riti plebiscitari»

Sabrina Cottone

«Il riformismo non è il ritorno della Milano da bere, non è il Psi con i suoi eredi e parenti né chi si sente riformista solo perché ama i frizzanti luoghi del potere. Gli abusivi vanno sfrattati». Nando Dalla Chiesa, leader provinciale della Margherita, guarda con crescente preoccupazione ai movimenti in corso per incoronare un candidato sindaco «con l’etichetta riformista». E adesso che l’attenzione si è spostata da Umberto Veronesi a Filippo Penati, i suoi timori non sono diminuiti: «Questo dibattito mi sembra un sintomo di malattia».
Ferruccio De Bortoli ha detto di no per l’ennesima volta. Penati è ritenuto dai sondaggi uno dei candidati più forti del centrosinistra. Perché è contrario?
«Penati non può candidarsi. Mentre con Veronesi dicevo: “valutiamo”, qui posso rispondere solo che la candidatura di Penati è istituzionalmente irricevibile. L’unica esperienza di presidente della provincia e sindaco è a Campobasso, se ne è discusso molto in Parlamento ed è un caso che ancora grida vendetta».
E se Penati si dimettesse per candidarsi a Palazzo Marino?
«Se si dimette, si apre un problema politico e la sua candidatura diventa politicamente irricevibile. Lo abbiamo eletto per andare in Provincia e si dimette! Il riformismo è prima di tutto senso delle istituzioni, non possiamo proporre un nome che con la sua stessa candidatura scassa il senso delle istituzioni. Il solo fatto che si discuta della sua candidatura dà il senso della malattia della città. Ma come si fa a pensarci seriamente?».
La sua è anche una critica alla politica di Penati e al suo modo di intendere il riformismo?
«Niente di personale su Penati. Rilevo solo che gli stessi ambienti che si sono scatenati per Veronesi adesso si stanno scatenando per Penati. Se questa è la loro cultura riformista e il loro senso delle istituzioni, siamo alla follìa. Ci mancano i fondamentali».
Facciamo qualche nome e cognome?
«Non è un problema di nomi e cognomi ma di creare un riformismo che non tema il giudizio di chi crede di essere riformista e dover dare patenti. Penso ai terzisti alla Sergio Scalpelli, a alcuni ambienti del Foglio, ma anche a commentatori come Giuseppe Turani e persino all’autorevole Giorgio Bocca, una personalità di indubbio valore, un uomo eccezionale, e però non dimentichiamo che nel ’93 invitò a votare la Lega. Penso ai salotti ex socialisti».
È contrario all’arrivo nell’Unione di Bobo Craxi e del Nuovo Psi?
«No, però dicano che sono socialisti, non che sono riformisti. Così come l’esclusiva del riformismo non va agli ex pci miglioristi anni 80-90 o a quelli che si definiscono terzisti e hanno governato con il centrodestra. Sostenere che chi non ha voluto Veronesi è antiriformista è assurdo, eppure quel milieu che ha cercato di gestire la partita si è mobilitato in insulti di massa contro chi, come me, ha solo detto: pensiamoci».
Lei ha anche sollevato una questione morale. Ha un pregiudizio contro chi ha militato nel Psi?
«La Milano da bere non è il riformismo milanese, quella è un’etichetta doc senza il vino dentro. La loro esperienza politica è stata già affondata e non dai giudici ma dagli elettori. Il riformismo era un’idea di politica per il popolo, per risolvere i problemi della gente. Penso alla Casa di Aldo Aniasi, ai centri anziani di Carlo Tognoli. Poi è diventato disinvoltura, disancoraggio dagli interessi morali, capacità di tifare per gli affaristi e per gli interessi dei ricchi. Il riformismo divenne quella cosa a Milano con l’ultimo Craxi, negli anni Ottanta. Così hanno ucciso il riformismo. E io dico: togliamo agli eredi questa etichetta abusiva».
Lei è stato un fautore della prima ora delle primarie. Non si sente in contraddizione nel criticarle per Milano?
«Vedere tutta quella gente andare a votare è stato bellissimo, ma non possiamo fare a Milano come per Prodi. La richiesta di primarie arrivata dai Ds lo stesso giorno della rinuncia di Veronesi sembra uno scatto di nervi. È come se avessero voluto dire: basta, non avete voluto Veronesi e non c’è altro candidato su cui discutere, adesso mobilitiamo il partito con le primarie. Ma le primarie non possono essere un rito plebiscitario né una conta tra i partiti per chi è più forte».
E allora chi decide i candidati?
«Il Cantiere, con regole definite. Lo abbiamo aperto solennemente con una cerimonia a Palazzo Marino e poi è stato messo in frigorifero. Non possiamo dirgli: “questo è il candidato”, come è accaduto con Veronesi. E neanche possiamo imporre le primarie, perché deve essere il Cantiere a decidere se e come farle».