Penati sotto torchio: otto ore davanti ai pm

Nella caserma della Gdf passati al setaccio 15 anni di carriera politica e tre casi scottanti: Falck, Marelli e Serravalle. Secretati i verbali dell'interrogatorio: adesso gli inquirenti vogliono verificare i fatti indicati. La discolpa: "Credo di avere dato un contributo importante". Il 21 tocca al Riesame

Milano - E la Falck. E la Ercole Marelli. E la Serravalle. Per ognuno dei grandi affari passati sulla sua scrivania in quindici anni di carriera politica, Filippo Penati ha dovuto ricostruire, spiegare, giustificare. Oltre otto ore di interrogatorio, davanti ai pm Walter Mapelli e Franca Macchia. Roba da uscirne provati anche fisicamente. Ma Penati è un mastino temprato dai ritmi duri della politica. Così, alla fine - racconta chi ha incrociato il gruppo dei partecipanti al momento dei saluti finali - sembravano più stanchi gli accusatori dell’accusato.

Che Penati sia riuscito a convincere la Procura della sua estraneità dale accuse, questo è un altro paio di maniche. Il giorno più lungo dell’inchiesta sulle tangenti rosse di Sesto San Giovanni si compie in una domenica di sole, nella caserma della Guardia di finanza che è il quartier generale delle indagini sul «sistema Sesto». Penati entra alle nove, portandosi un trolley di documenti, con al fianco il suo difensore Nerio Diodà. Penati ha già deciso, prima ancora di cominciare: non ci sarà nessun faccia a faccia con i giornalisti né prima né dopo, nessun microfono sotto il naso, nessuna domanda più o meno ficcante. «Faremo un comunicato», avevano deciso Penati e i suoi.

Ed eccolo il comunicato, così vago e prevedibile da poter essere stato scritto prima ancora dell’interrogatorio: «Ho risposto a tutte le domande, ricostruendo nel dettaglio i rapporti da me intrattenuti sia con i coimputati sia, soprattutto, con gli imprenditori che mi hanno accusato. Ho riferito quanto a mia conoscenza e credo di aver dato un contributo che ritengo comunque importante per consentire agli organi giudiziari, che proseguiranno le indagini e che dovranno successivamente esprimere un giudizio, di stabilire, nel modo più completo possibile, se io debba essere considerato responsabile o meno delle accuse che mi sono state rivolte».

Il verbale d’interrogatorio è stato secretato, non perché contenga rivelazioni particolarmente scioccanti ma perché la meticolosa ricostruzione dei fatti offerta da Penati ai pm ha bisogno di numerose verifiche. La parte più consistente delle otto ore è stata dedicata a contestare le accuse lanciate nei suoi confronti dal costruttore Giuseppe Pasini, già proprietario dell’area Falck e di una parte dell’area della Ercole Marelli, le principali aree dismesse della vecchia Sesto industriale: sono le vicende più lontane del tempo, forse già coperte dalla prescrizione (cui Penati aveva peraltro fatto sapere di voler rinunciare, anche se non risulta che ieri abbia ribadito la sua richiesta ai pubblici ministeri), ma è su di esse che si è speso comunque buona parte del tempo. Il via libera del Comune a entrambi i piani di riconversione, sostiene Pasini, è stato subordinato al pagamento di tangenti per decine di milioni. Ma Pasini mente, ha affermato più volte ieri Penati: che insieme a se stesso ha difeso anche Giordano Vimercati, il suo braccio destro indicato nei verbali come precettore materiale delle mazzette. Così come ha difeso l’operato suo e di Vimercati nella vicenda, ben più recente, della Serravalle.

«È andata bene», si dice nell’entourage del’indagato. L’obiettivo, ieri, d’altronde non era convincere del tutto i pm ma, più semplicemente, disinnescare la mina della richiesta di custodia cautelare in carcere che pende sulla testa di Penati ormai dal 24 giugno, già respinta da un giudice in agosto ma su cui la Procura continua a insistere. Il 21 ottobre la faccenda arriverà davanti al tribunale del Riesame. Se in quella sede la Procura di Monza dovesse dare atto che i motivi per spedirlo in cella si sono quantomeno affievoliti, quelle di ieri per Filippo Penati saranno state le otto ore meglio spese della sua vita.