Il pendolo di Prodi punta a sinistra

Arturo Gismondi

Sabino Cassese, e non è certo il primo a parlarne in questi termini, liquida le elezioni primarie fissate per il 16 ottobre, come «un puro artificio» privo di ogni sostanza politica. Le ragioni del giudizio negativo sono ben note, e nessuno ha saputo in questi mesi, a sinistra, opporvi alcunché.
Negli Stati Uniti, che ci sforziamo a volte di scimmiottare, ricorda Cassese, le primarie servono alla designazione del candidato che, a giudizio degli elettori di un partito, ha le maggiori probabilità di vincere la corsa finale alla Casa Bianca, e sono del tutto aperte quanto al risultato. Nelle ultime elezioni, i pronostici dei democratici, fatti spesso sulla predilezione di una minoranza radicale ben rappresentata sui media, erano all'inizio per Dean, al quale fu preferito invece il più moderato Kerry.
Da noi, le primarie sono state accettate come una sorta di risarcimento dovuto a Prodi dopo l'esperienza del 1998, e una garanzia per la mancanza di un partito deciso a sostenerlo pur essendosi tutti i partiti dell'Unione, una decina, pronunciati per la sua candidatura. Subito dopo, una metà di quei partiti hanno designato i loro candidati, e nessuno, tanto meno Cassese, ci ha capito più niente. Al momento, i partiti assenti dalla corsa sono la Margherita, e soprattutto i Ds, ed è diffusa l'intenzione di quelli presenti di poter strappare poi, al tavolo che decide l'assegnazione dei seggi, un qualche vantaggio. Cassese elenca questo particolare come una riprova della assoluta insignificanza delle nostre primarie, e di una conferma della immutabilità del nostro sistema.
L'irrazionalità di questo meccanismo sta producendo risultati paradossali sui quali Prodi mostra però di contare. In effetti, nelle posizioni più recenti, il Professore sembra preoccupato di garantirsi anzitutto le simpatie degli oppositori della sinistra. Le prime mosse nelle quali egli si è prodigato sembrano, e sono, concepite per piacere alla sinistra alternativa, quella parlamentare e la inquieta galassia che la affianca o può affiancarla.
E infatti, sono queste le aree dell'elettorato più sensibili alle assicurazioni che il nuovo governo, non appena eletto, affronterà il problema del ritiro delle truppe italiane dall'Irak, una posizione che Prodi sa bene suscitare. Le maggiori perplessità vengono dalla Margherita, e da notevoli aree dei Ds. Prodi sa anche, però, che soprattutto i Ds sono poco disposti ad affrontare un chiarimento prima delle elezioni primarie nelle quali appaiono impegnati a sostenere Prodi come garanzia dell'intera coalizione.
E a guardar bene fa parte di questa rassicurazione anche la nettezza con la quale Prodi si è preoccupato, in questi ultimi giorni, di liquidare alcune polemiche ferragostane, rifiutandosi di prendere sul serio le diverse e ricorrenti velleità centriste. Prodi è apparso come il più deciso sostenitore dello status quo dell'Unione negando qualsiasi pur vaga somiglianza con i centristi della Casa delle libertà. Attaccandoli anzi con asprezza per il sostegno dato allo schieramento di Berlusconi.
In ciò, Prodi è su una linea assai più chiusa di quella tenuta qualche giorno prima da Rutelli che nel suo dibattito a Telese con Follini aveva manifestato qualche assonanza culturale, pur da versanti opposti, con l'Udc. Sul complesso di queste vicende, Prodi ha risposto, sprezzante, che «noi non guardiamo fuori della porta di casa, procediamo con l'Unione che va bene così com'è».
Tutte e due le prese di posizione (sull'Irak, e nei giudizi taglienti sui centristi della Casa delle libertà) hanno l'aria di guardare alla sinistra dell'Unione, assumendone una posizione importante, e discriminante, in politica estera, e tagliando netto nei discorsi, peraltro vaghi, su operazioni centriste, destinate ovviamente a irritare Bertinotti e gli altri «alternativi».
Il percorso di Prodi appare, a un osservatore attento, alquanto spregiudicato ma volto, in definitiva, a puntare su una immagine di compattezza e immutabilità dell'alleanza rafforzata, va da sé, dalle abbondanti assicurazioni di rapporti granitici con i Ds e con Fassino, suoi grandi elettori. E con la stessa Margherita, esaltata in effetti dal convegno di Traversetolo che doveva essere all'inizio limitato ai «prodiani» e trasformato poi in una manifestazione di tutto il partito, con Rutelli sul palco in posizione di preminenza.
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