Pene più dure e schedatura per chi evade

Roma«All’Agenzie delle Entrate è il panico», si commentava ieri dalle parti del governo. E il riferimento è al fatto che la divisione dell’amministrazione finanziaria che presidia il fisco è finita al centro del decreto di Ferragosto. La scomparsa dell’unico provvedimento sulle pensioni, la stretta sul riscatto degli anni di università e del servizio militare - è filtrato ieri da ambienti dell’esecutivo - sarà coperta principalmente con misure di lotta all’evasione.
La decisione è arrivata direttamente da Palazzo Chigi, se è vero che uomini della Presidenza del Consiglio sono andati di persona dal direttore Attilio Befera, senza passare per gli uffici del ministero dell’Economia dal quale dipende l’Agenzia, per stabilire strumenti e obiettivi della nuova stagione di lotta al sommerso.
Il territorio di caccia è senza dubbio ricchissimo, visto che nel Belpaese ci sono circa 330 miliardi di euro che ogni anno sfuggono a qualsiasi tipo di controllo. Se emergessero per magia tutti insieme, si risolverebbero in un istante tutti i problemi del Paese. Tanto per fare un esempio ci sarebbero nuove entrate per più di 100 miliardi, attivo di bilancio per lo Stato, debito azzerato in venti anni senza sacrifici.
Per il momento l’obiettivo è quello di recuperare i circa 1,5 miliardi di euro che, tra 2013 e 2014, sono quelli che sarebbero dovuti entrare con la stretta sulle pensioni. Ma la sfida è comunque durissima. Di ricette precotte non ce ne sono, ma il governo si muoverà lungo due direttrici: dissuasione e repressione. Di questo ultimo capitolo fa parte una delle ipotesi che ieri hanno fatto più presa, cioè un inasprimento delle pene detentive per gli evasori. Il problema è in realtà come dare una reale attuazione alle norme attualmente in vigore, visto che è già previsto il carcere per chi evade più di 100 mila euro. Dovrebbe scontare circa due o tre anni, ma i processi per evasione finiti con la prigione sono pochissimi. Il governo intenderebbe quindi rendere effettiva la norma.
Poi c’è un rafforzamento del redditometro, cioè lo strumento che passa al vaglio le spese dei contribuenti e verifica se sono coerenti con il reddito dichiarato. I dati sarebbero incrociati con l’anagrafe tributaria, ma, in futuro, la sfida è quella di integrare tutte le banche dati dello Stato, compresa quella dell’Inps.
Poi c’è il concordato. È sempre più probabile che il governo riapra i termini della definizione automatica dei redditi. Nessuno spazio, invece, per sanatorie. Anche se alla commissione Bilancio del Senato c’è un emendamento che mira a recuperare le somme non pagate da chi nel passato ha aderito al condono ma poi non ha versato il dovuto, usufruendo della sanatoria e approfittando poi dei tempi previsti per i controlli per farla franca. Ieri sono circolate anche voci su un nuovo condono fiscale, ma il governo non lo ha preso in considerazione, anche perché le ultime edizioni hanno dato entrate inferiori alle previsioni.
Poi ci sono i comuni. È dei giorni scorsi l’indiscrezione sulle liste dei contribuenti rese pubbliche dai sindaci (adesso sono solo consultabili da chi lo chiede). Una forma di trasparenza che favorirebbe il controllo nel territorio. Ma non c’è solo questo. Da tempo il ministro Giulio Tremonti ha individuato proprio nelle amministrazioni comunali il migliore strumento per contrastare l’evasione, visto che - soprattutto quelle piccole - hanno un quadro chiaro del tenore di vita dei cittadini. A rendere ancora più efficace la lotta all’evasione di quartiere, è già previsto che a loro vada una parte del gettito recuperato. I comuni già adesso devono firmare una convenzione con l’Agenzia delle Entrate, ma per il momento sono poco più di 500 quelli che l’hanno fatto. Possibile che d’ora in poi vengano obbligati.
Tra le ipotesi di intervento, il rafforzamento di una misura anti evasione già prevista dalla manovra nella versione uscita dalla Presidenza del Consiglio. La tracciabilità dei pagamenti, che potrebbe scendere dagli attuali 2.500 euro (prima del decreto erano 5.000) ad una cifra più bassa, forse 1.000 euro.
Già dal vertice di Arcore, erano state abbozzate altre norme anti elusione, una stretta «sull’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive». Strumenti per facilitare la caccia alle società di comodo, come quelle di chi cerca di nascondere la proprietà di beni di lusso come yacht. Caccia al ricco sì, insomma. Ma solo a quello che paga tasse da povero.