Penn firma una magica fuga in Alaska

Il disagio della civiltà nel magnifico «Into the Wild» col giovane Emile Hirsch

Into the Wild di Sean Penn è - con Lussuria di Ang Lee - fra i rari film da vedere di questi tempi. Eppure, oltre che lungo, racconta un lunghissimo suicidio: quello del giovane benestante americano Christopher McCandless compiuto nell'estate 1992, culmine di anni di stenti scelti pur di vivere nella natura, anziché fra i suoi simili. Misantropia che Penn non deve enfatizzare: la lascia condividere da chi - è anche il suo caso - dall'infanzia prova qualcosa di simile; ma è solo dall'adolescenza che vediamo McCandless col suo disagio della civiltà. Il problema di Penn era, caso mai, rendere un refrattario al civile consorzio simpatico per chi al civile consorzio s'è adeguato. Jon Krakauer aveva già raccontato la vicenda di McCandless nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio), al quale s'ispira Into the Wild. Penn l'ha prodotto, scritto e diretto con una perfetta scelta d'interpreti.
Emile Hirsch è il giovane che, senza essere un teppista o un marine, non ama la vita comoda: si è votato all'avventura sognata sulle pagine di Thoreau e London, e ciò lo porterà a vagare fino in Messico e in Alaska; William Hurt e Marcia Gay Harden sono i genitori, persone di successo, eppure dal figlio contestati, sebbene paiano - affettivamente oltre che economicamente - migliori della media; Jena Malone è la sorella minore, che può solo stare a guardare il dramma che matura; Vince Vaughn, Catherine Keener, Brian Derker, l'incantevole Kristen Stewart incarnano personaggi incontrati lungo la strada, giovani illusi di cambiare il mondo, ora ex giovani cambiati dal mondo. E poi c'è Hal Holbrook, che ha solo dieci minuti, uno spettacolo nello spettacolo.

INTO THE WILD di Sean Penn (Usa, 2007), con Emile Hirsch, Hal Holbrook. 150 minuti