PENNA La febbre alta dell’amore

Nel centenario della nascita, torna il saggio di Elio Pecora dedicato al «poeta senza storia». I suoi versi sono animati dal filo conduttore della passione. Invincibile nella gioia ma anche nel dolore

Se è vero che la poesia di Sandro Penna (1906-1977), diversamente da quella della maggior parte dei suoi contemporanei, fluisce senza intoppi, virate o rovesciamenti di fronte, sì da giustificare per chi l’ha scritta la formula di «poeta senza storia», sarà lecito allora afferrarla in un punto qualsiasi, scuotere l’albero con la certezza che ne pioveranno frutti comunque esemplari.
E anche al di fuori dell’organico delle sue liriche (a tutt’oggi costituito dal volume delle Poesie coll’integrazione postuma di Confuso sogno, editi entrambi da Garzanti), nei raccontini o «foglietti» di Un po’ di febbre (stampati dal medesimo editore e risalenti al 1939-41), s’incontrano frasi che definiscono in un lampo la natura del poeta e l’impulso vitale della sua arte. È così dove confessa: «non ho mai capito quello che è bello e quello che è brutto. Mi pare che tutto quello che esiste sia bello perché esiste o, anche, sia brutto per la stessa ragione, secondo l’animo ma non in se stesso». Non sarà mai una discriminante estetica a sollecitare Penna in direzione del proprio tema; e quando in un’altra prosa, La morte, egli si guarda indietro per citare la clausola di una sua «antica poesia», che dice «Ricordati di me, dio dell’amore», eccolo che surroga nel modo a lui più cònsono l’invocazione dei poeti classici alla Musa, e anzi rimette a quel «dio» ispiratore non solo la materia del canto ma anche ogni formale responsabilità delle scelte compiute.
Secondo la vulgata critica, Penna - con Bertolucci, Caproni e qualche altro - suffragherebbe una linea poetica «antinovecentesca», in debito eventuale con Saba e in contrapposizione decisa a quel modello che sembrò vincente in Ungaretti, in Montale e nel cosiddetto «ermetismo». Ritengo ozioso e mortificante questo appoggiare a «linee» malcerte poeti che vivono, ciascuno, in una loro propria e innegabile fisionomia. Nel caso di Penna suona opportuno il solo rimando a Saba, suo primo e più autorevole consulente, capace di valorizzarlo assai in anticipo sull’esordio in volume (1939); e con Saba egli sosterrà una specie di gara di resistenza, una competizione spontanea ma non inconsapevole, che ha come oggetto (di fede e di culto) la «calda vita» - a dirla in termini sabiani - o anche l’«amore della vita»: sintagma che Penna letteralmente condivide con Alfonso Gatto, un poeta nel quale però la passione si distribuisce generosamente fra un «idillio» vòlto al recupero delle radici paesane e familiari, l’amore per la donna, l’ardore civile.
«Ricordati di me, dio dell’amore». E quale amore gli dispensi quel dio, lo sappiamo dai suoi versi. L’omosessualità, o meglio la non taciuta pederastia, è «croce e delizia»: il binomio a cui Penna intitola una raccolta nel ’58. Le reiterate e (apparentemente) invariabili occasioni d’amore, goduto o precluso, possibile o sognato, che costellano il viaggio (apparentemente) «senza storia» di una poesia che nel transito da giovinezza a vecchiaia non lascia affiorare mutamenti se non minimi, hanno contribuito a spingere più di un lettore di Penna - fra i più originali ci sono Pasolini e Garboli - su posizioni «estremistiche», culminanti in sentenze difficili da verificare. Lo scrupoloso saggio biografico di Elio Pecora Sandro Penna: una cheta follia (uscito nel 1984, poi 1990 e ora riedito da Frassinelli) dovrebbe bastare a dissuaderci dalla retorica degli eccessi, a svincolarci dalla diffusa leggenda che avvolge (e indebolisce) Penna: senza - è ovvio - che con questo, dalla creatura che obiettivamente fu, disordinata e irriducibile a un qualsiasi ordine sociale, lo si converta in uno di quegli artisti - di quegli uomini - che si programmano, che programmano i loro giorni, le loro notti.
Lusingato e assediato dal fantasma d’amore, commosso all’apparire di ogni sua incarnazione, Penna poeta ha i moti e gli accenti di un prigioniero che desiderando si libera ma che sùbito si riannida nel bozzolo della propria voglia, anche se e quando coronata da una soddisfazione dei sensi. Di lui si è dunque detto, alternativamente, che è un braccato, un ossesso, un malato senza scampo; e che nessun altro sa approfittare con la sua franchezza dei doni della vita, non sempre gratificanti e lieti.
«Ma Sandro Penna è intriso di una strana / gioia di vivere anche nel dolore». È uno dei numerosi frammenti utili a costruire un ritratto psicologico del poeta per mezzo delle sue stesse parole: di solito si comincia dalla celeberrima apertura del suo libro, che da grave e assorta - «La vita... È ricordarsi di un risveglio / triste in un treno all’alba» - corre a risolversi nell’ilare epifania del «marinaio giovane», la divisa azzurra e bianca. Quasi non importa, ne accennavo, il sapere o no le date dei singoli pezzi: ciascuno di essi nasce, si svolge, muore come se fosse il primo e l’unico, non postula un futuro e non vagheggia un passato, neanche dove il verbo si coniughi all’imperfetto.
Sarebbe arduo e pretestuoso il ritagliare, all’interno del volume delle Poesie, sezioni o «cicli» distinti. Ricca più di «tipi» che non di personaggi specificati, più di ambienti (radiosi di una loro tangibile umiltà) che non di nominazioni esplicite, questa lirica risulta perciò fra le meno autobiograficamente connotate che si conoscano, pur dovendo tanto, se non tutto, alla precaria occasionalità delle esperienze.
D’altronde sull’«ossimoro» Penna, sulla contraddittorietà che ne qualifica la figura - sbalorditiva felicità e sicurezza di faber, cauta ansia degli appostamenti e degli approcci erotici - è giocoforza che il lettore s’incanti, fra perplesso e ammirato. «Malinconia d’amore, dove resta / bianco il sorriso del fanciullo come / un ultimo gabbiano alla tempesta»: quanti altri riuscirebbero, come vi riesce Penna, a serrare in tre endecasillabi l’essenza di un evento, la traccia e il colore di una passione ch’è insieme episodica e immortale?