La «penna» del Giornale che pungeva il ’68

Salvò Gianni Agnelli dai partigiani ma non amava prendersi sul serio e preferiva scherzare sulle donne

(...) Lui invece mise su famiglia e costituì sul Lungobisagno un'azienda di carpenteria in ferro per distributori di benzina. Borghese, di quelli che piacevano a Leo Longanesi, Pittaluga continuava lo spirito di Vilfredo Pareto, come lui mantenendo un rapporto privilegiato con la Francia e la Svizzera.
Arrivato a pubblicare il primo articolo su un grande quotidiano con la stessa gioia con la quale un altro sarebbe andato a comprare il primo yacht, nel neonato Giornale e nella senescente Gazzetta Ticinese di Lugano Pittaluga aveva trovato tribune confacenti. È stato così, via Lugano, nel 1980, che Paolo e io ci siamo conosciuti.
Già autore del romanzo La versione inutile (Rebellato, 1973) e del pamphlet politico Lettera senza indirizzo ai padri (Sabatelli, 1976), Pittaluga scriveva ogni settimana per i lettori del Cantone di lingua italiana, come altre grandi firme del Giornale, a cominciare da Alberto Pasolini Zanelli, che da Washington girava il mondo; solo qualche volta, invitato dalla Radio locale, approdava in riva al lago. Riceveva però, a casa, la Gazzetta Ticinese e si divertiva non tanto con la ripetitiva «Bruschetta», la rubrica di Giuseppe Prezzolini, ma con l'ironica e sarcastica inventiva della «Lettera dalla Penisola», la rubrica di Pittaluga. Era la sintesi spesso esilarante delle vicende italiane.
A impaginare tutti loro era chi scrive, che ritrovava in Pittaluga qualcosa di familiare che non poteva trovare negli altri collaboratori: la franca genovesità ormai messa in ombra dal virus sessantottardo. Fra spirito del '45 e spirito del '68, arduo dire quale Pittaluga disprezzasse di più. Non li odiava: sentimento serio, l'odio si riserva a pochi; qui invece c'erano moltitudini, che si sentivano maggioranza, sebbene ogni elezione dicesse loro il contrario. La penna di Pittaluga prese a deriderne gli adepti, verso i quali ormai quasi tutti erano invece reverenti. Trovò un rivale di taglia in Sandro Pertini, che per lui incarnava tanto il peggio del '45 quanto quello del '68. Una volta Paolo mi chiese: «Ma c'è un meglio?». Gli risposi: «Se c'è, non l'ho mai visto».
Era nata un'amicizia che, oltre darci qualche bel momento, lasciò un piccolo segno nelle relazioni internazionali. Un giorno - fra autunno '82 e primavera '83 - a Roma si giocava Italia-Svizzera allo Stadio Olimpico, quando l'ambasciatore elvetico, in tribuna d'onore, si sentì rinfacciare dal presidente italiano «quegli articoli velenosi»! Per Paolo, che era arrivato sul Po col Regio Esercito sperando di unirsi a quello della Repubblica sociale contro i comunisti, fu la rivincita sul «presidente-partigiano».
Pittaluga infatti non si prendeva sul serio e ripeteva l'antico adagio: «Non dite a mia madre che faccio il giornalista, ella crede che suoni il piano in un casino!». Scherzava anche sulla borghesia, specie su quella genovese, specie sul suo versante femminile, dicendo che la donna ideale era «signora in salotto, cuoca in cucina, puttana a letto». Ma, in realtà, «molte facevano confusione». Chiesi chiarimenti. Mi rispose: «A conoscerle, scopri che talora sono puttane in salotto, signore in cucina e cuoche a letto». Oggi son triste ma, se ghe pensu, rido ancora.