PENNE IN BOLLETTA

Il 2010 è stato annus horribilis per le tasche dei nostri scrittori? Durante le interviste che abbiamo condotto su queste pagine negli ultimi mesi, molti di loro ci hanno sussurrato off the record: «Il mio editore mi ha messo in ginocchio. Mi ha dimezzato anticipi e royalties e mi ha tolto l’effettiva possibilità di sopravvivere». E qualche volta chi parlava così era un autore di catalogo, con dieci titoli in commercio tra novità e paperback.
L’arrivo degli ebook con relative «opzioni digitali» nei contratti fra autore ed editore non sembra aver portato un euro in più a chi vive di inchiostro e fantasia. Per non parlare delle migliaia di premi letterari che punteggiavano il Belpaese. Con la crisi economica molti di essi sono stati ridimensionati o cassati del tutto. I più grandi, invece, sono ben lontani dai 100mila euro, per esempio, dell’irlandese Impac, vinto l’anno scorso da Michael Thomas con Un uomo a pezzi, appena uscito nelle nostre librerie (Nutrimenti, pagg. 496, euro 19,50). Questo romanzo piuttosto buono (un «blues sulla solitudine dell’anima», è stato definito), Thomas ha dovuto però scriverlo di notte, poiché di giorno, per un anno e mezzo, ha lavorato come muratore, cameriere, insegnante, allenatore di football e baseball. Vincere l’Impac è stato un colpaccio, non c’è che dire, che gli ha assicurato un buon 2010. Ma com’è andata a tutti gli altri?
«È stato un disastro - ci racconta Giuseppe Genna, una quindicina di titoli pubblicati tra Mondadori, minimum fax, Rizzoli, Pequod -. Alcuni editori hanno cavalcato la crisi in modo antietico. Quando poi cerco un altro tipo di lavoro, i miei interlocutori credono che in quanto scrittore io esiga ricchissimi emolumenti oppure, chissà perché, sia disposto a lavorare gratis. Certo, l’ologramma scrittore, penso a Saviano, oggi viene reclutato per collaborazioni giornalistiche, ma in fondo non lo si considera un elemento decisivo. Lavoro anche su Internet, ma è dura: la soglia di attenzione per i contenuti è crollata. Oggi vanno le “apps”. Il sistema ti ricostringe a una “vita agra”, con la differenza che Luciano Bianciardi trovava comunque lavoro, mentre ora è quasi impossibile scovarne uno che ti permetta di passare il sabato e la domenica senza l’angoscia. In più, devi gestirti una specie di affannoso network che somiglia a una mafietta. Mi interessa invece, per motivi non solo economici, il mercato dell’arte contemporanea: ho voglia di fare libri, ma ancor di più installazioni».
È vero che i «tagli orizzontali» dei colossi dell’editoria stanno penalizzando chi aveva una posizione più di chi è agli inizi. «C’è ancora un’intensa caccia all’esordiente - dice Vicki Satlow, agente letteraria tra le più attive in Italia -. Perché costa meno e poi è un ignoto, e nell’ignoto solitamente si spera di più. È un segno di ottimismo, a ben guardare. Ma occorre constatare questo: si è allargata tantissimo la forbice tra chi vende meno di 3000 copie e chi ne vende più di 15mila. Lo dico al di là del valore letterario».
«La mia testimonianza per quest’anno, invece, è in controtendenza - spiega Tiziano Scarpa, storico autore Einaudi - poiché aver vinto lo Strega con Stabat Mater ha portato a un rialzo dei miei compensi. Per il primo semestre dell’anno ho fatto molti incontri nelle scuole, rappresentazioni sceniche, presentazioni: tutto ciò di cui vive davvero un autore. Poi ho potuto fermarmi a studiare e scrivere. Faccio però una riflessione: è indubbio che dai Paesi anglosassoni arrivano romanzi mediamente migliori di quelli europei continentali. Questo perché lì ci sono scrittori professionisti che possono scrivere per tutto l’anno. Certo, un autore si deve “immergere” nella realtà umana e lavorativa per ricavarne materiale, e va bene, ma poi occorre anche che si sieda a scrivere per mesi interi! Philip Roth, Ian McEwan... mi risulta che passino la giornata a scrivere, non a fare il banconiere! Per carità, tutto è possibile, anche comporre Martin Eden dopo che si è lavorato dieci ore in tintoria, ma ribadisco: il tempo della visione e dello stile è lungo e richiede denaro. In Italia questa possibilità scarseggia e non è un caso che qui abbondi la forma breve. O nel peggiore dei casi un libro raffazzonato».
Una soluzione potrebbe essere, come al solito, una «parziale» fuga all’estero. «Il mercato dei diritti stranieri può aiutare parecchio - ci dice Piero Degli Antoni, che quest’anno ha colpito nel segno con il thriller ambientato ad Auschwitz Blocco 11. Il bambino nazista (Newton Compton). Il mio ultimo libro è stato venduto in Spagna, Francia, Russia: l’anticipo spagnolo è parecchi multipli quello italiano, quello francese qualche multiplo, quello russo la metà, ma c’è da dire che laggiù un libro costa due euro e se ne possono vendere decine di migliaia per corrispondenza. Penso che se un autore vende regolarmente in cinque o sei Paesi ogni anno può aumentare in modo efficace i propri ricavi: occorre tendere l’orecchio durante la fiera di Francoforte. Se il telefono squilla ed è il tuo agente, come è accaduto a me, l’annata sarà buona. Essere opzionati per il cinema, invece, paga poco, a meno che il film non venga realizzato: allora si possono guadagnare anche centomila euro».
E infine c’è persino chi non si lamenta tout court. «Per il mio primo romanzo, scritto in una settimana - rivela Cristiano Cavina, in libreria con Scavare una buca (Marcos y Marcos) - ho preso un anticipo di 1500 euro. Per l’ultimo ho preso 40mila euro. L’editore me li paga a 1300 al mese. Quando non può, non faccio problemi. Ho anche un altro stipendio: faccio il pizzaiolo da mio zio. Sono nelle spese: sto sistemando la casa di mia madre, sono di quelli a cui piace aiutare la propria madre anziché farsi aiutare da lei, e questo intacca i miei guadagni. Il bello è che siccome le mie convinzioni non confinano con il mio portafogli, posso litigare con tutti nel piccolo mondo della letteratura italiana di oggi e senza preoccuparmi! Non organizzo presentazioni dei miei libri il sabato e la domenica, perché la pizzeria è piena, ma nel resto della settimana sì. Scrivo la notte, perché di giorno sto con mio figlio di tre anni. Le bozze le correggo in pizzeria quando posso. Mi hanno detto che c’è la crisi, ma io non ho grandi necessità. Se avanzo qualche soldo, lo spendo in chitarre, e non ne prendo mica una al mese».