Le penne alla buonista? Sono scotte

Ora che il sole di Uolter è tramontato, i suoi satelliti intellettuali
rischiano di finire nel cono d’ombra. Ecco come i vari Lodoli,
Voltolini, Van Straten e Gaeta tentano di scongiurare l’incombente
eclissi

Dicono che Walter «Uòlter» Veltroni sia bravissimo col telefono. Un telefonatore professionista. Un colpo di cellulare, un suggerimento all’orecchio, e ogni cosa è sistemata. Non c’è ragione di dubitarne. I veltroniani, dalla prima ora all’ultima, lo sanno bene. Un coup de fil del Kennedy capitolino ne ha sbrogliate di matasse. Metteva tutti d’accordo. Un premio a te, una rubrica a lui, una prestigiosa apparizione a qualche festival colonnato, chiostrato o porticato a quell’altro. E adesso, tutti orfani? No, non è possibile che finisca così. E infatti non finirà. Per una ragione talmente semplice da essere perfino banale: perché la cultura veltroniana e veltronista è un prodotto della romanità, non quella classica, ovviamente, ma quella classicamente, per usare un termine locale, un po’ paracula.

Per carità, non cominciamo a offendere. Del resto, glielo dicono anche i «suoi» comici, quelli che sono cresciuti negli anni Novanta alla scuola fortificata di Raitre, fondata sull’asse Curzi-Guglielmi. Come Maurizio Crozza, e il suo ormai celebre «ma anche». I veltronisti sono seguaci di quel possibilismo a tutto campo, di quel buonismo a occhi bassi che ha il suadente volto televisivo di Fabio Fazio, e riescono a persuadere soprattutto se stessi della propria superiorità morale e intellettuale. Trovando sempre qualcuno che abbocca.
La ricetta veltroniana, secondo il critico Filippo La Porta, autore fra l’altro per Bompiani di un Dizionario della critica militante uscito nel 2007, si condensa in due aggettivi: «intenso e spettacolare». Ad applicarla, in questa sua semplice emulsione, è stato Alessandro Baricco, fin dai suoi esordi televisivi nel 1993. Salvo accorgersi, l’altra settimana, che è ora di smetterla di finanziare la cultura a colpi di spettacolo. Detto da lui è un salto carpiato con doppio avvitamento, del resto anche a lui è toccato da anni trasferirsi dalla sobria e grigia Torino al mondano e engagé Rione Monti. Acrobatico. Ancora più disperato il tentativo di reperire Niccolò Ammaniti: irreperibile.

Altri hanno raggiunto il quartier generale del veltronismo dalla Toscana. Sandro Veronesi da Prato, è uno che non ha mai nascosto di riporre molte speranze in Walter. Con un fratello come Giovanni, poi, regista e sceneggiatore. Peccato che non ci sia consentito chieder loro un parere, un giudizio, un tentativo di risposta a una domanda semplice: «Perché Veltroni ha fallito?» Niente. È possibile prevedere per l’autore di Caos calmo (premio Strega) un periodo di riflessione. Cupo e pensoso.

Giriamo la domanda allora proprio a La Porta, il quale la spiega così: «Veltroni era un vero leader postmoderno: senza memoria e senza radici. Aveva fatto dimenticare perfino le sue origini nella Federazione Giovanile Comunista e la sua carriera nel Pci. Appariva intenso, come se soffrisse per tutti, parlava di Bob Kennedy e gli si inumidivano gli occhi. Era post-ideologico. Il suo momento buono sono stati gli anni Novanta. E poi ha perso freschezza».

O, semplicemente, è invecchiato. Qui salta fuori una liaison ideale con Francesco De Gregori. Spunta - sono ancora parole di La Porta - quel «lirismo, quel poeticismo da eterni liceali e quella retorica dei perdenti (più o meno ipocrita). Qualcosa che si ritrova anche nella scrittura di Marco Lodoli». Cerchiamo subito dunque l’autore del celebrato Diario di un millennio che fugge, e di vari altri libri pubblicati voracemente da Einaudi. Ma Lodoli ha i bambini con la varicella e noi, sia detto senza ironia, capiamo che la questione è assai più seria che non un dibattito sul post-veltronismo. Pater familias.

Come sarebbe bello chiederlo a Giorgio Van Straten. Perché proprio a lui? Perché, come dice il suo curriculum, è stato direttore negli anni Ottanta dell’Istituto Gramsci Toscano, Presidente dell’Orchestra Regionale Toscana dal 1985 fino al 2003, ha ricoperto per cinque anni (1997-2002) il ruolo di consigliere di amministrazione della Biennale di Venezia e, nello stesso periodo (1998-2002), è stato Presidente dell’Agis. Dal 2002 al 2005 sovrintendente della Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, è stato, dal 2005 al 2008, Presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo di Roma, che gestisce il Palazzo delle Esposizioni, le Scuderie del Quirinale, la Casa del Jazz e la Casa del Cinema (le grandi passioni uolteriane). Il 18 febbraio scorso è entrato nel Consiglio di Amministrazione della Rai. E scrive romanzi, l’ultimo dei quali, La verità non serve a niente, pubblicato l’anno scorso da Mondadori (la casa editrice più ecumenica d’Italia). Anche lui si è inurbato a Roma al grido di «Yes, we can». Ma ci dice che in questo momento coi giornali preferisce non parlare. Impegnatissimo.

Accidenti, sembra di essere tornati alle elezioni del 2001, quando nessuno voleva commentare la vittoria elettorale del centrodestra e Roberto Carnero, inviato culturale dell’Unità, restò letteralmente a secco di dichiarazioni. È proprio lui a raccontarci quell’episodio e a suggerirci il parallelismo.

Ma poi finalmente qualcuno risponde. Da Torino, il direttore della Scuola di scrittura Holden (fondata da Alessandro Baricco), lo scrittore Dario Voltolini ammette che «il discorso è spinoso. È chiaro però che la politica non può far nascere o far morire la cultura. Può avere al massimo una funzione di controllo. Evidentemente per i cittadini le priorità sono altre. E anche quelle di Veltroni sono storie che vengono raccontate, è la politica che si fa romanzo. In fondo sono storie anche quelle sugli stupri e le minacce degli stranieri. Ma la gente le ascolta con maggiore preoccupazione e partecipazione. Per non parlare di altri argomenti atroci. La storia-romanzo della cultura per tutti non ha funzionato molto». Realista.

Maria Ida Gaeta è la direttrice di Letterature, il Festival internazionale che si tiene ogni anno alla basilica di Massenzio, a Roma. Una manifestazione a cui Walter ha sempre tenuto molto. Una grande operazione d’immagine, bei nomi e molto glamour: «Sono d’accordo con Baricco» esordisce. «Gli enti locali sono più trasparenti dei ministeri. Veltroni faceva il Festival del cinema, lo dichiarava e i conti erano sotto gli occhi di tutti. Noi abbiamo un budget basso, 360mila-400mila euro (sic). Veltroni ha dato una formidabile copertura politica all’organizzazione culturale. Però il veltronismo poteva essere interpretato in modo più corretto. Alcuni ne hanno approfittato. Non so che cosa faranno ora. E poi è chiaro che per molti cittadini le priorità sono altre. Io me ne sto tranquilla e sola. Continuerò, spero, a organizzare il nostro Festival. Cambieremo qualcosa, ma per dovere culturale, non perché non c’è più Veltroni. Basta con le sparate, con i grossi nomi che fanno solo cartellone». Guizzante, non c’è che dire.