Penne ferite nell’orgoglio Quando l’autore fa flop

Settanta scrittori raccontano le loro figuracce pubbliche: ecco tutte le volte in cui essere famosi diventa un’esperienza vergognosa...

All’improvviso, un paio di natiche bianche si appoggiano alla vetrina della libreria. Di lì a poco, altre cinque paia si schiacceranno contro il vetro. Tifosi dello United che tornano dall’Old Trafford Stadium, pieni di birra e di insolenza. Dentro, il giovane poeta scozzese Robin Robertson sta tenendo un reading di poesie, e tenta di darsi un contegno. Impossibile: a una breve occhiata, i tifosi sono più numerosi del suo pubblico. Poesia perde contro football, zero a dieci. Le ossa di Pindaro hanno l’ennesimo sussulto. Robertson ne esce umiliato quanto basta.
Quella sera stessa, però - si sa come sono fatti gli scrittori, spremono letteratura dalle sventure più patetiche - si fa largo in lui l’idea di un libro-antologia che raccolga testimonianze di colleghi sulle più cocenti mortificazioni subite nel corso della carriera. In settanta rispondono all’appello: tutti di area anglosassone e per la maggior parte uomini, più inclini delle donne alle ferite dell’orgoglio - o allo sbandieramento di esse. Il risultato di questa ricerca all’incrocio tra sociologia, autoanalisi e letteratura è ora disponibile in italiano sotto l’inevitabile titolo Le umiliazioni non finiscono mai (Guanda, pagg. 288, euro 15).
Il libro avrebbe potuto esser ridotto di due terzi, oppure trasformato in una pubblicazione aggiornabile annualmente. Non vi si legge altro che di reading promozionali andati a male a causa di: abuso di alcol, zero pubblico, disguidi nell’organizzazione, timidezza cronica, invidia tra colleghi (ha detto Gore Vidal: «Ogni volta che un amico ha successo, qualcosa dentro di me muore»), attacchi fulminanti di ogni tipo di malattia. Per fortuna, a molti degli antologizzati non manca l’autoironia, almeno sulla carta. Che altro fare, se non riderci su, quando trovi, come è successo al poeta Simon Armitage, il tuo primo libro con tanto di dedica di tuo pugno «A mamma e papà» in un cassonetto? E che dire di Matthew Sweeney che perde un dente durante una pubblica lettura di una poesia con troppe «s»?
E ancora: Margaret Atwood finisce col presentare il suo primo libro, La donna da mangiare, nel reparto biancheria intima maschile dei grandi magazzini Hudson Bay, non si sa se per decisione dell’editore o per mancanza di spazio e osserva il fuggi fuggi dei maschi presenti. Rupert Thomson viene avvisato dalla sua fidanzata che in mezzo all’elenco dei «Migliori Giovani Romanzieri Britannici» del 1993 c’è la sua foto: era invece quella di Jeannette Winterson. Troviamo persino un Julian Barnes davanti al suo editore che non lo riconosce, mentre lui non ricorda nemmeno il titolo della sua - unica - opera... All’ennesima figuraccia, si finisce col dar ragione a James Lasdun, autore di uno dei pochi racconti dal tono drammatico, quando dichiara che l’umiliazione non è che la modalità implicita di chiunque abbia a che fare con la scrittura o altre forme di esibizionismo.
Le pagine migliori appartengono a scrittori di fama consolidata: semplicemente perché sono i più bravi e la narrazione risulta più scanzonata e oggettiva. Chuck Palahniuk riferisce la storia di Stephen King che firma autografi con l’addetta stampa che gli tiene per tutto il tempo una borsa del ghiaccio sulla spalla. Le dita del Maestro sanguinano, si cercano bende e fasciature, il pubblico in fila smania per un souvenir ematico. Memore di tutto ciò, l’autore di Fight Club si sentì finalmente nel Pantheon quando a Providence, Rhode Island, il direttore della libreria gli tenne un sacchetto di piselli surgelati sulle spalle.
Irvine Welsh, un altro dei pochi che esorbitano, dichiara: «Il problema più grosso quando tenti di ripescare un ricordo davvero mortificante è che in verità ce ne sono tanti e ti viene il sospetto di avere rimosso i migliori (o i peggiori)». E racconta di quando, sconosciuto, nel ’79, andò alla partita Inghilterra-Scozia senza biglietto e visse quella che a posteriori pare una scena di Trainspotting. Si sbronzò nel parcheggio dello stadio con dei suoi amici e se la fece addosso. Giunto ai gabinetti pubblici su Wembley Way, li trovò vandalizzati a tal punto da doverci sguazzare come in una piscina, nudo dalla cintola in giù, davanti a un gruppo di sguaiati tifosi del Glasgow, che più tardi, riconoscendolo al parcheggio, raccontarono nei dettagli la sua traversata scatologica agli amici che lo accompagnavano. I quali la diffusero negli anni per tutta Edimburgo.
«I letterati - scriveva Chamfort - e specie i poeti, sono come i pavoni cui si getta avaramente qualche granello e che vengono talvolta estratti dalla gabbia per vederli fare la ruota...». Robin Robertson, da buon diavolo tentatore, ha gettato il granello e anche questa volta i pavoni non si sono sottratti.