Penne rosse

Lettera di dimissioni (Einaudi) di Valeria Parrella è la cronaca di una sconfitta. C’era una volta una sinistra massimalista che si è scoperta, giorno dopo giorno, comunista solo per eredità sentimentale e diversa (cioè moralmente migliore) solo per auto-convinzione non suffragata dai fatti. L’ascesa di Clelia da maschera a dirigente del Teatro Stabile di Napoli parla un’altra lingua rispetto ai proclami dei leader. Parla la lingua del compromesso con la realtà vissuto come una catastrofe antropologica. Nel romanzo sfila tutto il campionario della sinistra tendenza Nichi Vendola. C’è lo zio emarginato dalla famiglia perché ha trasformato il figlio in un consumista e non in un bravo comunista. C’è il fratello «vittima» di un sistema che lo costringe a emigrare da Napoli ad Alzano Lombardo per insegnare alle elementari. Poi ci sono i tagli alla cultura, il precariato, la speculazione edilizia, le scuole senza la carta igienica, le raccomandazioni a ogni livello, i valori messi in vendita per le poltrone, l’invadenza dei partiti, una classe politica sconfortante anche a sinistra (molte le stoccate verso Antonio Bassolino e soci, mai nominati ma perfettamente riconoscibili). Clelia, per inseguire un sogno artistico, accetta di sporcarsi le mani, salvo accorgersi di avere detto troppi «sì», anche e soprattutto quando era il caso di opporsi. Da dirigente, dirige. Limita le spese, non rinnova collaborazioni, sceglie «il male minore», stringe mani, trova appagamento nella compagnia di persone che, fino a pochi mesi prima, disprezzava. Inaugurazioni, serate, cocktail, mailing list: il potere corrompe, e allontana la giovane idealista dai suoi stessi ideali.
Fino a quando non arriva il momento di dimettersi. Qui c’è il dettaglio fondamentale che, insieme con la scrittura di qualità, pone il libro su un altro livello rispetto a tante operine impegnate: l’attimo della consapevolezza giunge solo in seguito a un cambio della guardia in Regione. Clelia è nella cordata perdente. Si ritira. Sarebbe andata così, se la situazione politica non fosse mutata? Un dubbio che impone di riconsiderare la propria integrità, sempre ritenuta indiscutibile...
Cosa resta dunque delle lotte di Clelia? L’indignazione, rivolta verso il Paese (e verso se stessa). La rabbia dell’ex fidanzato Gianni, così incattivito da essersi convinto che la via parlamentare è improduttiva, ci vorrebbero piuttosto i fucili. La certezza che le battaglie condotte fino a quel momento fossero poco più di un gioco tollerato dal potere. Il senso di estromissione e di estraneità dalla società civile. L’imperativo categorico di recuperare una purezza perduta. In sintesi, una miscela esplosiva di rassegnazione manifesta e aggressività repressa. Lettera di dimissioni, oltre a essere un bel libro, è anche una buona mappa per capire cosa si agita nella sinistra di oggi, e quanto i vari Bersani (per non dire dei Renzi) siano lontani anni luce da una «fetta» non così irrilevante del loro elettorato, ancora legato a schemi ideologici del passato. Nella storia della Parrella non c’è un’idea di futuro che non coincida con la vecchia ricetta statalista: proprio quella che ha colato a picco l’Italia. Il romanzo tra l’altro ha un evidente fondo autobiografico: la Parrella è stata davvero tra il 2008 e il 2010 nel comitato di direzione artistica del teatro Mercadante di Napoli. Possibile che, dopo aver visto come funzionano le cose, la richiesta sia quella di avere ancora più Stato e ancora meno libertà?