Pensare che doveva conquistare l'Italia

Temuto dai vertici del partito, arrivò a un soffio dalla conquista della Quercia. Ma poi si sfilò. Capo indiscusso della Cgil, venne contestato come uno di "destra" a suon di bulloni

Dunque Sergio Cofferati lascia Bologna, per andare a fare il padre di famiglia a Genova. Giudicata con il metro tabellario della politica, non c’è dubbio alcuno, questa mossa, alla fine del primo mandato da sindaco (e senza affrontare la prova decisiva della ricandidatura), accomuna l’ex leader indiscusso della Cgil alla categoria di quelli che hanno perso il biglietto vincente della lotteria.
Come Mariotto Segni. Ma con una aggravante o un’attenuante: quella che Segni si è svegliato una mattina e ha scoperto di non avere più il mondo in mano; mentre Cofferati, volontariamente, ha «patteggiato» la sua uscita di scena con i propri peggiori nemici di allora - in testa a tutti il leader dei Ds Piero Fassino, che lo considerava un insidioso concorrente - proprio mentre era al vertice del suo successo. Visto con gli occhi della sua nuova compagna Raffaella, invece, l’abbandono della gloria amministrativa per una scelta di paternità, per permettere a lei di vivere fino in fondo la sua vita e le sue opportunità professionali, è una scelta virtuosa, generosa, addirittura «finnica», come la definisce l’uomo ombra di sempre del Cinese, Massimo Gibelli, per spiegare che si tratta di un gesto da maschio moderno e consapevole (di quelli che nelle latitudini latine dell’Europa sono inediti o inconcepibili).
Un Cinese romantico, certo. Ma che potrebbe persino apparire doloroso, se giudicato con gli occhi di Daniela, la sua prima moglie, che lo aveva seguito a Bologna per amore, e che si è ritrovata sola, quando Sergio ha incontrato il nuovo amore. Anche in questa poliedricità di possibili letture Cofferati mantiene il carattere enigmatico che fece crescere la sua fama di leader indecifrabile: «Cinese» - appunto - come suggerivano i suoi occhi a mandorla, i suoi silenzi e i suoi sorrisi ineffabili. Nel culmine dello scontro con lui, Massimo D’Alema, nella lingua ambivalente delle battaglie interne diessine, lo definì «una risorsa per la sinistra». Ma anche «un novello Gengis Khan». E Cofferati rispose con la sua affilatissima ironia a Ballarò: «Si vede che sono una risorsa per la Mongolia». Altri tempi.
Sergio all’epoca era l’uomo del 23 marzo 2002, della torre d’acciaio del Circo Massimo, dei tre milioni in piazza «c’è da spostare un pullman». Era uno che sembrava avesse in pugno la leadership della sinistra, ma anche l’uomo che aveva contro tutto l’apparato del Botteghino. Quel Cofferati per un attimo spiazzò tutti gli analisti. Era stato un quadro sindacale ignoto ai più, un uomo di provincia arrivato alla ribalta fuori da tutti i circuiti tradizionali del partito, fuori dai salotti, uno nato in un paesino minuscolo, Sesto e Uniti (in provincia di Cremona), figlio di un oste, con un nonno dai baffi a tortiglione, nato nei giorni della Merla in un mulino, poi da giovanissimo militante del movimento studentesco. E poi, con un primo spiazzante scarto biografico, «analista tempi e metodi» alla Pirelli. Ovvero «colletto bianco», quello che un tempo si definiva spregiativamente «cottimista». Nella Cgil il sindacalista padano era diventato un leader vicinissimo all’ala migliorista, uno «di destra», uno che nelle roventi giornate del 1993 si era preso i bulloni in piazza. Subito dopo, però, aveva sorpreso tutti. L’ex segretario dei chimici che firmava tutti i contratti (l’anti-Bertinotti), consacrato leader del sindacatone rosso, si era costruito una personalità pubblica eclettica: conduttore di una rubrica per melomani su Italia Radio, appassionato di fantascienza (al punto di utilizzare l’amato Philip Dick per lanciare messaggi politici), protagonista di strisce a fumetti di Stefano Caviglia, partner iconografico del suo eroe preferito Tex Willer (a cui aveva dedicato persino un libricino pubblicato da Il Diario). Anche a Bologna Cofferati aveva acceso grandi passioni, suscitato grandi odi, incarnato per primo un vento di modernità che dopo avrebbe soffiato forte: il primo «sceriffo» (Franco Giordano), il primo sindaco di sinistra a porre il problema della sicurezza, a sgombrare il Lungoreno dalle baracche, a far infuriare i centri sociali per le ordinanze proibitive sul consumo di birra. Cofferati ha governato per tutto il suo mandato fregandosene delle logiche di maggioranza, facendo infuriare Rifondazione, davvero come un Cinese trapiantato in Emilia Romagna. Ma il Cofferati più sorprendente di tutti era stato quello che nel 2002 aveva scelto - caso a dir poco anomalo nella politica italiana - di mollare la segreteria confederale per tornare in fabbrica, come semplice dipendente. Si era ritrovato alla Bicocca dopo essere stato leader del più grande sindacato italiano, anziano tra i giovani, politico part time che andava in giro con la macchina a tenere assemblee pubbliche solo quando usciva dal lavoro. Era troppo bello per essere vero, e infatti non durò. D’Alema arrivò a dire che era «un pericolo» (una sorta di forma di antipolitica) e lui alla fine scoppiò, perché non riusciva a resistere nel nulla: amatissimo dalla gente, ma considerato una minaccia da tutto il gruppo dirigente del suo partito.
Difficile dire se questo ennesimo clamoroso addìo possa preludere ad un altro ritorno. Improbabile, a occhio e croce. Chi conosce Cofferati sa che se dice che si ritira per dedicarsi alla famiglia non dice balle. Chi lo conosce sa che per la sua Raffaella ha fatto quello che non aveva mai fatto prima. Però di sicuro ha pesato anche il disamore per una poltrona che non lo ha gratificato mai, e i sondaggi incerti. È anche vero - alla fine - che in tutti gli strappi del Cinese, nei suoi silenzi e nelle sue scelte a sorpresa, c’è anche un senso di eterna incompiutezza. Perché dopo il trionfo della battaglia sull’articolo 18 non è mai più arrivato al redde rationem: né da leader della sinistra diessina, né da sindaco, né da «uomo della strada» e lavoratore della Bicocca, ovvero «uddiesse», come lo aveva definito in una canzone dedicata a lui, il suo amico Piero Pelù. Magari ha perso il biglietto della lotteria politica perché voleva vincere sulla ruota della paternità, chissà.