«Ma pensate davvero che i figli imparino dal nostro esempio?»

Caro Direttore,
le descrivo la mia situazione familiare, un piccolo spaccato della società italiana: genitori con due figli adolescenti. Sulla nostra tavola non è mai mancato un piatto di verdura: i miei figli non ne mangiano alcun tipo, neppure dopo tre giorni di completo digiuno. Divoriamo decine di libri ogni anno, loro non leggono neppure il manuale d'istruzioni del cellulare. Siamo stati sempre molto attenti al linguaggio, evitando accuratamente le parolacce, loro utilizzano il turpiloquio come ricorrente intercalare. Si dice che tenendo sempre accesa la tv anche i figli saranno teledipendenti: quindi abbiamo sempre cercato di guardarla con moderazione, ma loro ne sono stregati, e ci starebbero davanti ore e ore ogni giorno. Siamo entrambi laureati, abbiamo cercato di stimolarli gradualmente avvicinandoli ai vari aspetti della cultura, mostre, concerti, teatro, opera: sono entrambi poco propensi allo studio e ad ogni attività che richieda un seppur minimo impegno mentale. La mia esperienza smentisce l'elevato numero di illustri psicologi, da cui ho sempre sentito sostenere che in famiglia l'esempio è un fondamentale principio educativo, e che solo con un atteggiamento corretto i figli potranno apprendere basilari regole di convivenza e di benessere fisico e spirituale.


Cara Matilde, la capisco. Penso che a tutti i genitori vengano simili momenti di sconforto. Ci facciamo in quattro per trasmettere qualcosa di buono, di bello, di giusto ai nostri pargoli; ci facciamo un punto d’onore di crescerli migliori di quanto siamo noi, che dico: migliori addirittura di quanto avremmo voluto essere. Poi alziamo la testa per controllare gli effetti del «lavoro» compiuto e abbiamo la netta impressione che i beneficiari delle nostre attenzioni siano stati tutto il tempo su Marte. Scollegati: le informazioni trasmesse non sono mai pervenute. Ma è proprio così? Forse sarò un inguaribile ottimista ma non lo credo. Prima di tutto non credo che sia un problema di questa generazione. Al contrario, sono convinto che anche i miei e i suoi genitori abbiano vissuto le stesse sensazioni di impotenza nei nostri confronti, quando eravamo adolescenti. La televisione c’era e non c’era, di sicuro non sapevamo che cosa fosse un computer e non sguazzavamo in Facebook, ma qualche eccellente motivo per frustrare le loro aspirazioni, siamo sinceri, eravamo anche noi capaci di trovarlo. Praticamente ogni giorno. Quella che per noi era musica, per loro era rumore. E non faccio fatica a immaginare eserciti di mamme e papà mentre si guardano sconsolati negli occhi e si dicono con un sospiro: «Da questo non ne verrà mai fuori niente di buono, per quanti sforzi facciamo». Poi, nella maggior parte dei casi, la vita si è incaricata felicemente di smentirli. Perché vede, signora Matilde, c’è qualche antenna che ci mette più tempo di altre a sintonizzarsi sulla frequenza giusta. Ma, con un po’ di fortuna, se si continuano a inviare i messaggi giusti, prima o poi li capta. Magari senza accorgersene. Magari non ritrasmettendoli subito. Ma i messaggi sono lì, registrati. E al momento opportuno salteranno fuori. Con un po’ di fortuna...