PENSIERI DI VIAGGIO: si ferma il tempo ad Alice Village

Ultimo giorno. Nel villaggio di Alice, un pezzo di paradiso fuori dal fango degli slum: le feste di compleanno dei piccoli orfani, il loro primo piatto di pasta, il sorriso di un bambino maltrattato e una pianta in ricordo della mia presenza. <strong><a href="/alice_for_children/pensieri_di_viaggio_ospite_grace/25-06-2010/articolo-id=456208-page=0-comments=1">Primo</a></strong> giorno, <strong><a href="/alice_for_children/pensieri_di_viaggio_ospite_grace/25-06-2010/articolo-id=456208-page=0-comments=1">secondo </a></strong>giorno, <strong><a href="/alice_for_children/pensieri_di_viaggio_peluche_che_fa_notizia/terzo_mondo-scuola-berlusconi-peluche-korogocho-kenya-africa-slum-nairobi-alice_for_children-bambini-regalo/26-06-2010/articolo-id=456462-page=0-comments=1">terzo</a></strong> giorno

Nairobi - Ultimo giorno a Nairobi: e’ domenica e, come da tradizione, è una festa, soprattutto se si passa in compagnia. Oggi sono stata ad Alice Village, trascorrendo ore indimenticabili con i piccoli del villaggio. Allegria, festeggiamenti, balli, canti e momenti dolcissimi, di forte commozione. Un mondo nuovo per 150 bambini, che sono scappati da una vita senza futuro e ora hanno cominciato a credere e sperare.

Brian, dalle bruciatura di sigaretta al suo primo piatto di pasta Brian. 8 anni. Una settimana fa la sua vita è cambiata. Oggi indossa un maglioncino rosso, un paio di jeans e corre con gli altri bambini, ma nei suoi occhi si legge chiaramente una sofferenza ancora viva e lacerante; fino a poco tempo fa il suo parco giochi era ancora il fango dello slum e la sua casa era diventata l’incubo più grande. Viveva a Gorogocho, con il papà e la sua compagna, e frequentava la scuola di Alice for Children. Poi, circa 20 giorni fa, suo padre si è ammalato, ricoverato di urgenza in ospedale, dove si trova tuttora. Brian rimane con la sua matrigna, anche lui orfano di madre morta per l’HIV. Inizia il terrore; viene maltrattato, umiliato. La sua matrigna spegne le sigarette sulle sue braccia e sulle sue piccole mani. È indifeso, è un bambino. Talitha, la sua insegnante italiana, si accorge delle ferite e chiama subito Edmund, il responsabile locale dell’associazione. Il giorno dopo Brian viene portato via. L’inferno è finito, ora ha il suo lettino al villaggio. Ora ha tanti amici, ha dei vestiti puliti, fa colazione, pranzo e cena, ha un bagno e acqua tutti giorni. Oggi ha mangiato la pasta per la prima volta e, ovviamente, gli è piaciuta. Ma soprattutto ha l’amore e la sicurezza che nessuno può fargli più del male. Questa è la storia di un bimbo di Alice for Children, una storia che si ripete, che lo accomuna a molti dei suoi nuovi compagni di viaggio. È la storia di ciò che succede negli slum ed è il vero motivo per cui l’aiuto che tutti noi possiamo dare ha un valore immenso. Quando l’ho incontrato, l’ho abbracciato e gli ho chiesto se oggi era felice. Brian ha detto “yes” e gli si sono illuminati gli occhi.  

Ogni mese una festa di compleanno Stephen, 9 anni; Caroline 13, Alice 15, Emma 10, Franklin 4, Molly 9, Sharon 15. Sette bambini, senza padre e senza madre, che festeggiano il loro compleanno. Possono sembrare cose banali da raccontare, ma dopo aver passato un’intera giornata con loro, nulla è più banale. Ogni ultima domenica i piccoli nati in quel mese spengono le candeline. Tutti si riuniscono nel salone principale, i festeggiati, su un tavolo rialzato, tra i cori e gli applausi tagliano con difficoltà la loro torta. E il giorno del compleanno torna a essere speciale. Oggi i protagonisti sono solo loro, applauditi e coccolati da tutti. Questa volta le candeline non servono solo per illuminare le baracche. Oggi la luce è nei loro occhi, e in quelli di chi li ha visti sorridere di gioia. Alice for Children pensa anche a queste piccole cose, ha dato loro una nuova famiglia, dove la tradizione diventa una certezza che fa sentire tutti al sicuro. Una famiglia che fa provare, anche a chi è ospite, di farne già parte.

Un albero per far germogliare la speranza Dopo la festa, 150 bambini si avviano in fila indiana, cantando in Swahili, verso il giardino e mi invitano a seguirli. Si dispongono a semicerchio. Di fronte a loro una piccola fossa scavata nel terreno. È il loro ringraziamento. in quel buco pianto un albero, che già porta il mio nome. Crescerà con loro, con le loro speranze. È il loro modo di renderci abitanti di questa casa e abitanti di questo villaggio-famiglia. Non mi sono mai sentita così importante. Un semplice gesto, un rito di questa comunità, mi farà rimanere lì per sempre, accanto ad altri alberi, agli altri nomi di qualcuno che, chissà in quale domenica, ha vissuto le mie stesse emozioni.

Il primo piatto di pasta Oggi si mangia la pasta al pomodoro. È una festa. Solo due, tre volta all’anno la cucina di Alice Village si trasforma in un ristorante italiano. 20 kg di penne rigate cucinate in un unico pentolone. Tutti i bambini in fila a lavarsi le mani, mentre il più grande del gruppo li aiuta a non bagnarsi le maniche. Poi di corsa a prendere il proprio piatto e a tavola, per iniziare aspettano di essere tutti pronti, perché un momento del genere deve essere condiviso. Un’esperienza unica per molti di loro, c’è chi la pasta non l’ha mai mangiata. Mi diverto a guardare quelle smorfie di sorpresa e di estrema soddisfazione nell’assaporare un piatto di cui non conoscevano neppure l’esistenza. Al villaggio tutto è speciale, una prima volta per loro ma anche per me. Tutte le cose che per noi sono scontate, qui, acquistano un grande valore e si vive ogni minuto con estrema intensità. Il tempo si è fermato e ogni cosa si può assaporare con un gusto diverso, anche un piatto di pasta.