PENSIERO DEBOLE

Per parlare in pubblico, ad esempio in tv o a un festival letterario, e risultare abbastanza credibile per poter essere invitati un’altra volta, servono poche cose. E la competenza notoriamente non è tra queste.
Piuttosto, sono necessarie: una discreta approssimazione, una certa dose di arroganza e una spiccata predisposizione all’indignazione. Indignarsi, indignarsi, il en restera toujours quelque chose. E comunque, un’infarinatura di francese male non fa.
In una società, come l’attuale, afflitta da nichilismo esistenziale, relativismo etico e individualismo metodologico, avere anche solo un’idea, o fingerla di averla, può fare la differenza. L’importante è saperla vederla bene. È un po’ come i regali di Natale. Quello che conta è il pensiero.
Ecco, appunto. Per tutti i pensatori pubblici - intellettuali da salotto, maître à penser del presenzialismo e filosofi in digitale terrestre - ora c’è un manuale di riferimento da cui pescare trucchi e suggerimenti. S’intitola Non ho niente da dire, ma so come dirlo. Trattato a uso del moderno opinionista (Nuovi Equilibri) e l’ha scritto Claudio Nutrito, giornalista e manager creativo il cui assoluto anonimato dimostra peraltro che: o non ha seguito i suoi stessi consigli, o li ha seguiti senza successo.
Ma cosa deve fare, in sostanza, il perfetto intellettuale mediatico per ricavare fama, successo e lauti compensi dalle ospitate televisive, salottiere e festivaliere? È sufficiente ribaltare la definizione classica di «opinionista». E cioè: non sentirsi obbligati a manifestare idee proprie, ma riciclare tranquillamente quelle lette o ascoltate da altri; evitare di esprimersi in modo chiaro e sintetico, per non dare l’impressione di essere semplicistici e banali ma puntare su un linguaggio complicato, che garantisce autorevolezza e competenza; evitare di affrontare solo temi di cui si ha un’approfondita conoscenza, altrimenti si parla troppo poco e alla fine si rimane disoccupati: meglio parlare di tutto, sempre e comunque. L’opinionista migliore è un tuttologo impenitente. E il miglior tuttologo è colui che riesce a fornire puntuali risposte anche quando non capisce le domande. Cosa che in tv agli scrittori accade spesso. Ad esempio. Domanda: «Che tempo che fa?». Risposta: «Che cazzo ne so, io sono venuto qui solo a presentare il mio libro».
Esperto nel muoversi sempre in superficie senza mai approfondire un argomento, abilissimo nel lanciare j’accuse meglio se a sproposito, campione nel demolire le idee altrui anziché esporne di proprie, l’opinionista-modello può alla lunga - puntata dopo puntata, presentazione dopo presentazione, intervista dopo intervista - assurgere addirittura al ruolo di guru, altrimenti detto «maestro», capace di indicare al pubblico la strada per una migliore qualità della vita senza sapere però che cosa fare della propria. I misteri dell’intellighenzia.
Del resto, chi l’ha detto che per essere degli ospiti brillanti occorre avere qualcosa da dire? Basta guardare Parla con me. Parla con te, diciamocela tra noi, parla che tanto nessuno ti ascolta. Ma cosa stai dicendo?
L’importante è non farsi capire, visto che l’esibizionismo linguistico pone automaticamente l’opinionista a un livello culturale superiore. Poi è consigliabile non cadere vittime della coerenza (altrimenti come si potrebbe imputare ferocemente al mezzo televisivo la colpa della corruttore dei costumi, e farlo dalla poltrona di un talk show?). E comunque meglio privilegiare il monologo piuttosto che il dialogo, che come è noto obbliga a un rischioso confronto con gli altri. Infine, poche regole ma precise: preferire gli aggettivi valutativi a quelli descrittivi, assoggettare i fatti alle opinioni, abbondare con le citazioni (meglio di Umberto Eco, che conoscono tutti) e soprattutto infarcire ogni frase con almeno un avverbio: «La trasmissione di Gad Lerner ha registrato un aumento di appena il 2%», «Il libro della Bignardi è piaciuto addirittura a D’Orrico», «La mostra di Cattelan ha avuto soltanto diecimila visitatori»... La mimica e il tono di voce completeranno il lavoro.
Del resto, come disse Wiston Churchill riferendosi a un parlamentare inglese, il moderno opinionista - alla maniera di tantissimi nostri politici, parecchi scrittori e la maggior parte dei filosofi televisivi - «Prima di alzarsi per parlare non ha idea di quel che dirà. Mentre parla non sa cosa sta dicendo. E quando si siede non ha capito quello che ha detto». Il problema è che tutti, di solito, applaudono.