Pensiero non islamico a chi ci vuole tutti uguali

Voglio cominciare i miei auguri di Natale mandando una maledizione. Sia maledetto colui che ha ideato il «politicamente corretto» e che lo ha imposto ai popoli d'Occidente. Nessun tiranno è mai stato peggiore di lui; nessun torturatore era ancora mai apparso nella storia d’Europa che, con feroce legge del contrappasso, costringesse a «bloccare» il pensiero proprio coloro la cui civiltà si è costruita cercando di avvicinarsi sempre di più all'essenza, alla verità del pensare. Nulla, d'altra parte, stride di più con ciò che festeggiano i cristiani, che la finzione del politicamente corretto visto che questa è davvero l'unica cosa che Gesù ha condannato: l'ipocrisia, la finzione; il non testimoniare la verità, non affermarla, non riconoscerla. Non si tratta soltanto dei cristiani, dei credenti, ma di tutti: la forza delle parole di Gesù è diventata tessuto della civiltà italiana ed europea in quanto già i Romani si fondavano sulla corrispondenza fra il proprio «essere» e la propria parola, una corrispondenza che ogni uomo sente come «giusta», come «bella».
Oggi, dunque, gli auguri di Natale bisogna farli a coloro che più ne hanno bisogno: quelli che vogliono far vivere la propria civiltà e che non si piegano alle forme un po' facili del festeggiamento ai bambini, ai nonni (accomunati all'infanzia), ai «poveri», magari in Africa o in India... Perché non è questo il Natale. La forza del Natale è la sua individualità. È nato quel tal bambino, non «il bambino». È l'individuo che nasce. Mai come oggi questa individualità è stata a rischio: l'universalismo e l'uguaglianza della globalizzazione premono in tutti i modi affinché gli individui muoiano per far posto a uomini tutti simili, che si vestono, che mangiano, che parlano, che pregano, che pensano in maniera identica. I governanti lavorano spasmodicamente a questo scopo, aiutati dall'imperversare della pubblicità, dalla massa di prodotti standardizzati, dai cosiddetti «format» delle trasmissioni televisive; ma aiutati soprattutto dalla negatività, ormai introiettata, di ciò che è «diverso». Eliminare il concetto di diverso e al tempo stesso uniformare le credenze, i costumi, le religioni, le nazionalità, è indispensabile per giungere a governare in modo univoco il mondo intero, così come si propongono i politici che già da molti anni vanno predisponendo le varie Organizzazioni a hoc. Se queste (l'Onu, per esempio) non sono quasi mai riuscite fino a oggi a raggiungere il proprio scopo, il motivo, agli occhi dei governanti, è proprio la diversità fra i popoli.
Naturalmente sono le religioni il maggiore ostacolo, e fra queste, soprattutto il Cristianesimo, proprio per il suo aver posto l'accento sul valore dell'individuo, di ogni individuo, ossia della «persona». Di qui l'assalto al Cristianesimo, l'assalto al Natale, tanto più che la Chiesa sembra, almeno in parte, essere stata anch'essa soggiogata dal politicamente corretto, dal timore della diversità, dal desiderio di avvicinarsi, tramite l'Antico Testamento, all'Ebraismo e all'Islamismo. Nessuno mette in dubbio la buona fede di questo comportamento, ma ai laici spetta il grave compito di correggerlo in quanto, fin dall'inizio, la storia cristiana è stata contraddistinta dalla ricorrente vittoria di coloro che predicavano l'assoluta novità di Gesù nei confronti dei nostalgici della Sinagoga. Oggi a questi nostalgici si sono aggiunti quelli che ripetono il vecchio adagio della non esistenza storica del personaggio Gesù, come se potesse esistere qualcosa nel mondo dell'umano che non sia attribuibile a un individuo, anche quando non ne conosciamo il nome, anche se non sappiamo nulla di lui. Il «mito» non parla: è un individuo che l'ha fatto parlare. La «gente», la «tradizione», la «collettività» non parlano: è un individuo che parla e le fa parlare. Qualcuno ha detto: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Certamente è stato un uomo a pronunciare queste parole, un uomo straordinario che ha consegnato alla storia, al mondo degli uomini, il pensiero più nuovo, più profondo e più denso di com-passione che sia mai stato espresso.
L'augurio che facciamo a tutti noi è di essere felici di appartenere a una civiltà chiamata a difenderlo.