Pensionati e giovani, esercenti e dipendenti: se la crisi è un derby

Chi paga e chi non fa lo scontrino, chi si è goduto la vita e chi lavorerà per sempre. Quanti scontri nella manovra. Interessi divergenti e spesso inconciliabili tra le componenti sociali

Qualcosa di personale. Un amico che ha passato da qualche stagione i quarant’anni si è ormai convinto che lo Stato, e tutti i governi, ce l’abbiano con lui. Si sente braccato da vent’anni. Lui la racconta così. Si laurea in fretta e con il massimo dei voti, ma appena mette il naso fuori per cercare lavoro, con tante promesse, si imbatte nella manovrona di Amato, quella da novanta miliardi, che spezza le illusioni degli anni ’80 e crea un deserto di depressioni e crisi a catena. Non fa in tempo a riprendersi dalla botta e gli passa sopra Tangentopoli. Si rimbocca le maniche e fa un lungo viaggio nel precariato e nei contratti a termine, con la sua famiglia che continua a blaterare di posto fisso. È il primo che si becca la flessibilità e nessuno intorno capisce che il mondo sta cambiando. Appena versa il primo contributo all’Inps il governo Dini fa la riforma della previdenza. A lui, chiaramente, spetta il sistema contributivo. Il risultato è che la sua pensione sarà una miseria. Cambia il secolo e l’amico si veste di ottimismo. Pensa: magari sono io che mi porto sfiga, ci vuole coraggio e un po’ di rischio. Scommette pure sulla new economy e compra qualche azione. Spunta una banda di islamici e tira giù le Twin Towers, lui piange i morti e si accorge che anche i suoi risparmi sono andati in fumo. Non è il caso di deprimersi. La vita va avanti. Nel frattempo mette su famiglia, trova un lavoro stabile e sogna uno stipendio di tre milioni al mese. Quando finalmente raggiunge l’obiettivo e sospira di tranquillità una fatina pacioccosa trasforma quelle lire in euro. I tre milioni diventano millecinquecento. La fatina gli sussurra che è la stessa cosa. Non è cambiato nulla. Col cavolo. Lo stipendio di botto si è semplicemente dimezzato.
Dicono: è il prezzo da pagare per l’Europa. Lui pensa: ok, ma perché tocca sempre a me? Si guarda intorno e vede che quelli più vecchi di lui di una decina d’anni si sono bevuti il meglio del Novecento e dintorni. Meglio dei nonni e dei padri che hanno vissuto le guerre, meglio di chi è venuto dopo che ancora passeggia nel deserto, meglio dei figli a cui hanno rubato perfino il futuro. Li chiamano baby boomers, ma il nome vero è di sette lettere. Comincia per s e finisce per i. Uno di questi era un suo collega ed è appena andato in pensione, anticipata. Gli ha lasciato una lettera sulla scrivania. Il senso è più o meno questo. «Ho avuto uno stipendio migliore del tuo. Mi sono divertito. Forse ho pure lavorato di meno. Me ne vado con una liquidazione da favola e una pensione che tu non vedrai neppure in fotografia. Complimenti. Hai preso il biglietto sbagliato». E poi ti chiedono la solidarietà. Sono passati quattro lustri e tocca a Tremonti prenderlo di mira. Questo quarantenne attempato è riuscito finalmente a farsi una carriera. Tanti stanno peggio di lui. Coetanei, più giovani, giovanissimi. Non si lamenta. Per loro pagherebbe anche tutti i ticket del mondo. Da pochi mesi ha avuto un aumento. Quanto basta per superare i 90mila euro lordi. E il governo che fa? Tassa tutti quelli che vanno oltre quota novanta. Cioè ancora lui. Sempre lui. Per pagare la pensione al collega con il biglietto vincente. Ma sparati. Ecco. Questo amico che ha più o meno la tua età fotografa bene il senso di questa manovra. Ce l’hanno con lui. Ce l’hanno con te. Dopo vent’anni non è un caso, non è sfiga. È una questione, appunto, personale.
Magari l’amico esagera e senza dubbio soffre di qualche mania di persecuzione. Ma se gratti al fondo di questa storia ti è chiaro che la politica è fatta di scelte e quando è tempo di crisi qualcuno paga e gli altri hanno diritti acquisiti. Questa manovra ha messo in chiaro che in Italia ci sono interessi difficili da conciliare e la carta dei tarocchi sbagliata va sempre dalla stessa parte. La frustrazione diventa rabbia, il rischio è che un’Italia finisca per coprire d’insulti e sputi l’altra. Come in un derby senza pace. Ci sono quelli della «s» e della «i» che non pagano mai, anche se hanno consumato una fortuna pubblica, lasciando agli altri i debiti. Ci sono i flessibili e gli intoccabili. Ci sono quelli che non possono sfuggire alle tasse e quelli che si nascondono. C’è chi paga e chi non fa lo scontrino, chi è precario e chi troppo garantito, chi vive di Stato e chi teme lo Stato, chi depreda e chi è depredato. Due Italie e una è di troppo. Ci sono quelli che lavorano e quelli che campano a sbafo. Ci sono i senza casta e quelli che la casta ce l’hanno nel dna, di famiglia. E a pagare sono sempre e soltanto gli stessi. Speriamo che serva, ma soprattutto che sia l’ultima.