Pensioni, per abolire lo scalone il governo "tassa" i lavoratori

Il tesoretto è prosciugato, si studia un altro aumento dei contributi sui parasubordinati. Oggi vertice con i sindacati

Roma - "I soldi per superare lo scalone ci sono: l’Inps ha un attivo di 3 miliardi oltre le previsioni". Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista, risponde così a Romano Prodi che ha subordinato ogni intervento sulle pensioni a una corretta copertura finanziaria. Dunque, Rifondazione accetta lo scalino, pur ponendo precisi paletti. Un solo scalino, appunto, a 58 anni dal 2008, con vaste esenzioni: dipendenti che svolgono lavori usuranti, turnisti, operai alle catene di montaggio, e tutti i lavoratori con quarant’anni di contributi versati. "Prodi vada avanti - fa eco il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero - e non si faccia frenare da resistenze di chi, criticando la sinistra, vuole in realtà colpire i sindacati".

Ma le cose stanno davvero come sostengono i due leader della sinistra radicale? In realtà, il decreto tesoretto ha prosciugato tutte le risorse al momento disponibili. Dunque, ogni modifica allo scalone dev’essere finanziata con risparmi all’interno dello stesso sistema previdenziale (la cosiddetta clausola del costo zero, sempre evocata da Tommaso Padoa-Schioppa e richiesta esplicitamente da Bruxelles): ecco così che si studiano aumenti contributivi, in particolare a carico dei lavoratori parasubordinati, la cui aliquota potrebbe passare al 25% contro il 23,5% attuale, deciso con l’ultima Finanziaria (fino all’anno scorso l’aliquota era al 18,2%). Si parla anche di nuovi contributi di solidarietà a carico delle pensioni più "ricche". Altri risparmi dovrebbero giungere da ipotetiche "sinergie" fra i diversi enti previdenziali. Infine, una parte dei costi verrebbe coperto con i risparmi del provvedimento sui "costi della politica", varato dall’ultimo Consiglio dei ministri: altri 1,3 miliardi di euro scritti sull’acqua.

Quanto serve per finanziare la sostituzione dello "scalone"? Dipende dalla soluzione prescelta (scalini più quote, scalini più incentivi più quote, oppure solo quote) e dalla platea degli esentati, che continuerebbero nel 2008 ad andare in pensione a 57 anni d’età, con 35 anni di contributi. Sulla base delle richieste di Rifondazione comunista, sarebbero "usurati", dunque esenti dalla riforma, due milioni di operai e turnisti: 50mila nel solo 2008. Il governo vorrebbe fermarsi a un milione di esenti, quindi 25mila nel 2008. Per quanto riguarda chi ha 40 anni di contributi, Rifondazione chiede quattro finestre d’uscita nel 2008, mentre la legge Maroni ne prevede solo due. Insomma, i costi sono legati alla soluzione che verrà scelta, e potrebbero così variare fra il miliardo e i due miliardi di euro l’anno. La soluzione proposta da Rifondazione costerebbe, ovviamente, molto di più. Di tutto questo si discute oggi in un nuovo round fra il ministro del Lavoro Cesare Damiano e i sindacati.

Le ricadute finanziarie sono al centro delle preoccupazioni del centrodestra. "Se il centrosinistra non trova l’accordo sulle pensioni ha inutilmente destabilizzato un sistema che la riforma Maroni aveva reso equilibrato - osserva il vice coordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto -: se lo trova, dovrà cedere alla sinistra radicale, e saranno guai per il bilancio dell’Inps e per le prossime generazioni". Aggiunge Maurizio Gasparri (An): "Prodi condanna l’Italia pur di stare a galla, cede al ricatto di Rifondazione e compromette i conti pubblici". E il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, chiede ancora una volta un passo indietro della politica: "Chi lavora contro l’intesa - afferma - dovrà poi fare i conti con la piazza".