Pensioni, la bozza Prodi non c’è. Braccio di ferro tra i ministri

Padoa-Schioppa: l'idea di Damiano costa troppo. L'affondo di Capezzone: così il centrosinistra rischia di diventare la coalizione del rinvio e della reticenza

da Roma

I conti non tornano e la trattativa sulle pensioni si complica. Se fino a giovedì gli ostacoli erano tutti politici - principalmente la resistenza di Rifondazione comunista -, ieri si è tornati a una situazione di stallo simile a quella di un paio di settimane fa. Tanto che è slittata alla settimana prossima la presentazione della proposta che Romano Prodi aveva annunciato per ieri. Una mossa che è stata interpretata come un tentativo di prendere tempo da parte del premier (che ieri aveva già raggiunto Bologna per il fine settimana), ma anche il segno che gli ostacoli non sono stati tutti rimossi.
La diplomazia sotterranea sta proseguendo a pieno ritmo, e la palla è tornata nel campo sindacale, nel senso che il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta e il ministro del Lavoro Cesare Damiano stanno discutendo soprattutto con Cgil, Cisl e Uil. Il Prc ha fatto un passo indietro, come gli avevano chiesto governo, buona parte della maggioranza e soprattutto il segretario della Cgil Guglielmo Epifani.
Ma tutto si è complicato di nuovo quando sul tavolo della trattativa sono arrivate le stime del ministero di via XX Settembre su quanto costa l’ipotesi più accreditata, cioè il mix scalini e quote. Un miliardo in più rispetto ai due miliardi previsti per il triennio.
A non far tornare i conti sono le quote, cioè il requisito per la pensione di anzianità formato dalla somma tra età anagrafica e contributiva, che la ricetta Damiano avrebbe fatto scattare dal 2011, a un livello da decidere con la trattativa (probabilmente 96). Troppo oneroso secondo il Tesoro che ha invece proposto tre scalini. In sostanza lo «scalone» della riforma Maroni (età pensionabile da 57 a 60 anni con 35 di contributi a partire dal 2008) sarebbe sostituito da un aumento di un anno nel 2008, per poi passare a 59 nel 2009 e a 60 nel 2010.
Una proposta inaccettabile per i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, che di fronte a conti simili provenienti dal Tesoro, il 25 giugno abbandonarono il tavolo con il governo. Tra le controproposte sindacali spuntate ieri quella di far scattare da subito quota 95, per passare negli anni successivi a quota 96 e 98. Si continua a trattare anche sugli altri nodi, i diritti acquisiti e soprattutto le categorie da escludere da ogni inasprimento. Una partita che sarebbe quasi chiusa. Oltre alla lista degli usuranti già definita sarebbero esclusi dall’innalzamento della pensione a 58 anni i turnisti con impiego notturno e i lavoratori delle catene di montaggio. Ieri circolavano anche indiscrezioni sull’inclusione nella lista delle maestre d’asilo, ma non sono confermate.
Se il nodo delle risorse non dovesse essere superato, anche Rifondazione comunista, che negli ultimi giorni si era affidata alla Cgil, potrebbe tornare sul piede di guerra. Oggi il partito di Franco Giordano e Fausto Bertinotti terrà il Consiglio nazionale durante il quale sarà discussa anche la linea da tenere in tema di pensioni.
E sicuramente l’ala sinistra del partito darà battaglia. Già ieri il senatore Fosco Giannini ha detto di essere «contrario a uno stravolgimento del programma dell’Unione che prevede l’abolizione dello scalone» perché «è stata la parola d’ordine usata in campagna elettorale su cui abbiamo avuto il consenso del nostro popolo». Stesso concetto confermato da un altro senatore, Claudio Grassi, che ha anche criticato Epifani che nei giorni scorsi aveva chiesto al Prc un passo indietro.
Toni diversi dal segretario Giordano che ieri ha detto che «ci sono le condizioni per uno sblocco della trattativa sulle pensioni, sulla base del programma dell’Unione». Un po’ meno ottimista il ministro alla Solidarietà Paolo Ferrero, che ieri ha proposto di nuovo che «chi ha lavorato per 40 anni possa andare in pensione senza ulteriori aggravi». Ancora delusione tra gli esponenti della sinistra moderata. Ancora una volta il più duro è Daniele Capezzone secondo il quale il centrosinistra «rischia di diventare la coalizione del rinvio e della reticenza».