Pensioni, la Cgil minaccia il governo «Abolite lo scalone»

Scontro a sinistra sulla previdenza Il ministro Damiano: «Cancellare la riforma è costoso». Ma Epifani replica: «Via subito, niente scherzi»

da Roma

Tutti aspettano un segnale da Prodi che non arriva. Il premier concede, al massimo, un altro invito alla calma. Tanto che anche nei Ds e nella Margherita si comincia a protestare apertamente perché il presidente del Consiglio sulla previdenza «non si espone» mentre fuori da Palazzo Chigi i rapporti si deteriorano.
A parte la solita offensiva della sinistra radicale, la novità è uno scontro diretto tra il ministro del Lavoro Cesare Damiano e il segretario della Cgil Guglielmo Epifani sulla questione chiave e cioè sul destino dello scalone previsto dalla riforma del governo Berlusconi. «Va rivisto, non cancellato», ha chiarito il ministro Ds a un seminario dei gruppi parlamentari dell’Ulivo. Per eliminarlo, come chiede la sinistra radicale, «ci vogliono tante risorse. Se ci sono bene, altrimenti - ha aggiunto Damiano - si tratterà di trovare un modo per attenuare il salto di tre anni (da 57 a 60 anni nel 2008) previsto dalla riforma Maroni. «Ma questo va fatto con un negoziato tra le parti sociali». Dove mettere «l’asticella» dell’età pensionabile verrà deciso con loro. Che però non ne vogliono sapere di mettere asticelle.
Almeno non la Cgil. Per Epifani «lo scalone va abolito. Su questo non scherziamo». Di fronte a questa esigenza anche il segretario della Cgil si iscrive al partito di chi vorrebbe mettere mano alla normativa in tempi relativamente brevi: «entro il prossimo Dpef». Non tutti i sindacati hanno questa posizione. La Cisl, ha spiegato il segretario generale aggiunto Pier Paolo Baretta, non esclude la sostituzione dello «scalone» con degli scalini, cioè con un innalzamento graduale. «O si torna alla Dini, età pensionabile 57 e 35 anni di contributi - spiega - e allora è ragionevole che si discuta della modifica dei coefficienti oppure si rialza l’età pensionabile e allora i coefficienti non hanno senso».
La partita è appena agli inizi e gli esiti non sono previdibili. Lo stesso memorandum firmato dai sindacati con il governo, ha ricordato il segretario generale della Uil Luigi Angeletti, non contiene soluzioni. D’accordo con la Cgil, l’Ugl, il cui segretario generale Renata Polverini chiede il rispetto dell’impegno ad abolire lo scalone, ma pretende soprattutto «chiarezza» sulla posizione del governo. Anche Epifani e Damiano, questa volta d’accordo, hanno spiegato che il confronto potrà partire solo quando governo e maggioranza avranno trovato una posizione unitaria.
Obiettivo difficile, visto lo scontro radicali-riformisti che anche ieri ha animato la giornata politica. Il leader della Margherita Francesco Rutelli è tornato a chiedere un intervento e che lui vorrebbe nel mix tra revisione dei coefficientì e innalzamento graduale dell’età pensionabile. Uscita subito accolta dai «no» della sinistra radicale. Se voleva aumentare l’età doveva dirlo prima del voto, «oggi non si può più fare», ha osservato il segretario del Pdci Oliviero Diliberto. Dentro i Ds, Gloria Buffo ha chiesto «la rottura del dogma che viene dalle istituzioni internazionali». Il riferimento è all’appello di Almunia. E alle ultime raccomandazioni in ordine di tempo, quelle del Fondo monetario internazionale il cui direttore generale Rodrigo Rato ieri ha chiesto di intervenire su pensioni e pubblico impiego.
Lo schema è sempre lo stesso, ha osservato il leader di An Gianfranco Fini, prima «si dice avanti tutta poi, come dimostra il vertice di Caserta, si fermano le macchine. L’onere della prova è a carico di Rutelli e del governo». Questo governo «non è in grado di fare nessuna riforma», ha concluso il presidente di senatori di Forza Italia Renato Schifani.
Il tutti contro tutti non ha spaventato il premier Romano Prodi che ieri ha di nuovo replicato a chi gli chiede di agire in fretta assicurando che sulle pensioni «abbiamo un’agenda tranquilla. Ogni giorno volete novità, accelerazioni impossibili da immaginare. Ci siamo impegnati per un tavolo di lavoro e consultazione e abbiamo già iniziato». Una cautela che non corrisponde allo stato d’animo dei parlamentari dell’Ulivo (Margherita più Ds) che ieri si sono riuniti per fare il punto. Quello che pensavano tutti lo ha esplicitato Pietro Marcenaro, deputato Ds. «Quando Prodi rivendica il suo ruolo di direzione lo può esercitare se comincia a dire che cosa pensa. Dirigere vuole dire esporsi».