Pensioni, Damiano snobba l’Ue: «Niente scalone, basta la Dini»

Il titolare del Lavoro: «L’unico ritocco va fatto sui coefficienti» E Ferrero (Politiche sociali): «Non c’è fretta, siamo solo all’inizio del percorso». Domani cena di lavoro tra governo e sindacati

da Roma

L’Europa chiede a Romano Prodi di «attuare pienamente le riforme delle pensioni già fatte», compreso lo scalone della riforma Maroni. Ma domani sera i segretari di Cgil, Cisl e Uil vanno a cena a palazzo Chigi ad ascoltare proposte per superare lo scalone. E da Berlino, il ministro del Lavoro Cesare Damiano ribatte al commissario Almunia: faremo gli aggiustamenti al sistema previdenziale, ma nell’ambito della riforma Dini. Dunque «bisogna eliminare lo scalone - spiega - negoziando sui coefficienti pensionistici». E le divisioni nella maggioranza? «Tutti i partiti sono consapevoli che occorre arrivare a una conclusione - osserva Damiano -: il governo non cadrà certo sulle pensioni». Dopo i sindacati il governo vedrà, mercoledì, la Confindustria.
«Scalini sì, coefficienti no». I sindacati vanno da Prodi con una posizione chiara: Epifani, Bonanni e Angeletti chiedono la soppressione dello scalone, cioè il brusco passaggio da 57 a 60 anni per il pensionamento d’anzianità a partire dal 1° gennaio 2008, con successivi aumenti d’età fino a 62 anni. Cisl e Uil sembrano disposte ad accettare un percorso più graduale verso i 60 anni, ovvero gli «scalini». La Cgil preferisce attendere la proposta del governo, pur ribadendo il «no» allo scalone e alla modifica dei coefficienti di trasformazione, che determinano l’ammontare della pensione. I sindacati vogliono sentire ciò che il governo ha da dire anche sugli ammortizzatori sociali e sulle politiche per lo sviluppo, spiega il leader cislino Bonanni. Ma il problema da superare è arduo: la riforma Maroni garantisce, a regime, un risparmio di spesa pari a 9 miliardi di euro. E da soli, gli «scalini» non si avvvicinano a quella cifra.
Ma Ferrero frena. Alla cena informale di domani sera il governo si presenterà in forze. Oltre a Prodi, ci saranno i vicepresidenti del Consiglio D’Alema e Rutelli, Damiano, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta, che ieri ha incontrato Angeletti. I tre sindacalisti non presenteranno alcun documento, come invece vorrebbe Damiano: prima vogliono capire se il governo ha una proposta complessiva oppure no. «Siamo solo all’inizio di un percorso - minimizza il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero -: siamo in una dimensione in cui le pensioni non sono all’ordine del giorno». Ferrero ricorda che a Caserta «si era deciso che non c’era fretta, quindi il tavolo riguarderà il welfare e non le pensioni».
Italia troppo generosa. Alla cena di palazzo Chigi non manca il convitato di pietra. Si chiama Joaquín Almunia. Il commissario europeo all’Economia ha chiarito il suo pensiero: sulle pensioni in Italia non serve un’altra riforma, ma «adeguamenti alle modifiche decise prima», cioè alle leggi del ’92 (Amato), del ’95 (Dini) e del 2004 (Berlusconi). Ma questo presuppone che le norme finora introdotte non vengano svuotate, come invece governo e sindacati vogliono fare abolendo lo «scalone Maroni». Da qui la preoccupazione di Padoa-Schioppa, che può accettare l’abolizione dello scalone solo con misure che garantiscano, più o meno, gli stessi risparmi. Proprio ieri a Berlino, al Consiglio dei ministri europei sull’occupazione, sono emerse tabelle illuminanti: nei principali Paesi europei non si va in pensione prima dei sessant’anni, come da noi. In Francia, Regno Unito e Spagna si va a 65 anni. In Germania, dal 2012, si andrà a riposo a più di 65 anni. In questo quadro la riforma Maroni appare generosa, eppure governo e sindacati vogliono abolirla.