Pensioni e scalone, Fassino ci riprova ma la sinistra lo blocca

Il nuovo tentativo del leader dei ds: «Rivedere la previdenza non significa tagliare». Ma gli alleati di governo frenano ancora una volta sulla riforma: giù le mani

Roma - La «fumata nera» di Caserta sulle riforme economiche continua a far litigare il centrosinistra. Né i nuovi tentativi di Piero Fassino, né quelli di Tommaso Padoa-Schioppa e Cesare Damiano sulle pensioni sembrano destinati a sortire qualcosa di buono. La sinistra radicale e i sindacati bocciano senza appello l’idea dei due ministri di intervenire sui coefficienti di trasformazione, che servono per determinare l’entità delle pensioni. Intervento previsto dalla riforma Dini del ’95, che il governo di centrodestra sostituì con l’aumento dell’età pensionabile, il cosiddetto «scalone». Prodi e i sindacati vogliono abolire lo «scalone», senza far nulla sui coefficienti: un’operazione di retroguardia, che rischia tra l’altro di far perdere la faccia al governo davanti alla Commissione di Bruxelles.
«Rivedere non tagliare». Piero Fassino tenta di riparare al danno di Caserta, che ha colpito molto negativamente sia la Confindustria che la Commissione europea. «Mettere ordine nel sistema previdenziale - dice il segretario Ds - non significa tagliare o ridurre, ma garantire che tutti abbiano una pensione civile e dignitosa». Senza le riforme, spiega ancora Fassino, «è difficile realizzare l’equità; senza mettere a regime il sistema previdenziale, sarà più difficile garantire pensioni più dignitose a chi oggi ha una pensione bassa e di avere una pensione sicura domani e dopodomani». Ma come può il governo sedersi al tavolo della previdenza, se i ministri parlano lingue diverse?
«No ai coefficienti». Tre ministri (guardacaso, gli stessi tre ministri che ieri hanno tenuto a battesimo la nascita di un sindacato molto radicale - lo Sdl - che, fra l’altro, osteggia l’operazione Tfr) bocciano simultaneamente la proposta di intervenire sui coefficienti di rivalutazione delle pensioni. Neppure il consueto richiamo di Damiano alla concertazione coi sindacati basta a Paolo Ferrero, che pronuncia un niet senza appello: «Rivedere i coefficienti è impraticabile, perché equivarrebbe a aumentare l’età pensionabile e le pensioni sarebbero ancora più basse», osserva il ministro della Solidarietà sociale. Il suo collega Alessandro Bianchi non è da meno: «Faremo la riforma scritta nel programma», che parla di abolire lo scalone ma non di interventi sui coefficienti, «e nulla di più». Con i ministri della Solidarietà e dei Trasporti si schiera Alfonso Pecoraro Scanio, rintuzzando l’intervento di Fassino: «Tutti farebbero bene ad attenersi a quanto abbiamo concordato a Caserta - dice il ministro dell’Ambiente - dunque evitiamo che ogni giorno qualcuno la spari più grossa dell’altro. Se dovremo fare una riforma - osserva ancora Pecoraro - la faremo in questi anni, non in questi mesi, e sarà una riforma dello stato sociale e non solo delle pensioni». Aggiunge Marco Rizzo, europarlamentare dei Comunisti italiani: «Prodi ha capito cosa pensa l’elettorato di centrosinistra, cioè che le pensioni non si toccano».
Riformisti all’angolo. È ormai evidente che i residui riformisti del centrosinistra sono schiacciati nell’angolo. Padoa-Schioppa tenta di rompere l’assedio ricordando a Prodi che il governo rischia di perdere la faccia con l’Europa. Ma non solo: la Confindustria non nasconde la propria delusione per il nulla di fatto. Così il ministro del Lavoro rilancia la modifica dei coefficienti di rivalutazione, che significa una riduzione consistente (8-9 per cento) delle pensioni fra una decina d’anni. Il «no» dei sindacati su questo punto è stato, però, netto: le pensioni sono già basse, ridurle ancora è una «cattiveria», dicono Cgil, Cisl e Uil. Un intervento sulla previdenza senza l’ok dei sindacati è, per Prodi, impensabile. Dunque, è probabile che il tavolo previdenziale di gennaio slitti e non di settimane ma di mesi. Non bastano certo i richiami di poche voci, come quelle del radicale Daniele Capezzone o di Nello Formisano (Italia dei valori), per spingere il premier a non eludere la trattativa.