Pensioni, governo in ritirata sulla riforma

Il pressing dei sindacati blocca la modifica della «legge Maroni» firmata dal Polo. La minaccia di Bonanni (Cisl): «Se si interviene crolla tutto»

Antonio Signorini

da Roma

Tutti lo pensano, ma nessuno lo dice apertamente. Alla fine il governo potrebbe lasciare intatta la riforma delle pensioni varata dal precedente esecutivo. Lo scalone, cioè il passaggio drastico nel 2008 da 57 a 60 anni, non piace a nessuno, ma ancora più sgradito sarebbe far pagare la «riforma della riforma» agli stessi pensionati con un taglio dell’assegno mensile. Di riduzione dei redditi nessuno vuole sentire parlare, nemmeno quando si tratta di un’applicazione della legge Dini, come la decurtazione dal 6 all’8 per cento prospettata mercoledì dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale. Non lo vogliono i sindacati, ma nemmeno parte della maggioranza e dell’esecutivo.
Ieri a mettere le mani avanti è stato il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. «L’Unione ha vinto le elezioni non certo proponendo il taglio delle pensioni, bensì il loro miglioramento. E il governo è vincolato alla realizzazione di quel programma». In altre parole, niente «adeguamento» previsto dalla Dini. E nemmeno riduzioni per compensare le entrate che mancherebbero se si abolisse la riforma Maroni. Sul primo punto ieri l’esecutivo ha precisato che il parere del Nucleo «non impegna in alcun modo» il governo (lo ha ribadito il sottosegretario al Lavoro Rosa Rinaldi) e che nella Finanziaria nessuno penalizzerà le pensioni. Ma di dettagli su come coprire l’eventuale abolizione dello scalone non c’è traccia.
Tanto vale lasciare le cose come stanno, senza toccare la riforma Maroni? «Se si deve intervenire sullo scalino - avverte il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni - bisogna sapere che facciamo crollare un muro. E che bisogna avere i mattoni per ricoprire tutto di nuovo». Attenzione alla copertura, quindi. E basta con «gli annunci sulla previdenza che - lamenta Bonanni - hanno prodotto il raddoppio delle domande sulle pensioni. Dalle fisiologiche 100mila all’anno siamo passati a 200mila. Così si rischia di fare saltare i conti». La ricetta della Cisl per uscire dall’empasse è di agire sulla «quota», cioè dalla cifra data dalla somma dell’età anagrafica e dall’anzianità lavorativa. Poi, spiega Bonanni, «ci sono lavoratori ai quali si può chiedere il sacrificio di rimanere qualche anno in più mentre ad altri non si può chiedere».
Della partita sulle pensioni fa parte anche il ministero dell’Economia che non vorrebbe rinunciare agli adeguamenti delle pensioni previsti dalla legge Dini. E che per il momento non mette nemmeno in conto i costi per la previdenza che avrebbe l’abolizione della riforma Maroni. La grana è tutta del ministero del Lavoro, il cui titolare Cesare Damiano fino a poco tempo fa parlava di adeguamenti «nel solco della legge Dini» da concertare con i sindacati. E quindi non escludeva un adeguamento dei coefficienti, come quello automatico fatto mercoledì dal Nucleo guidato da Alberto Brambilla. Oggi si parla di incentivi per chi resta al lavoro e di disincentivi per chi si ritira appena possibile. Ma quest’ipotesi non piace alla sinistra della Cgil. Giorgio Cremaschi della Fiom arriva a minacciare su questo «guerra totale» e quindi «uno sciopero generale». Nessun margine per intese: «Epifani non ha il mandato a trattare su nessun tipo di taglio alle pensioni». La posizione di un sindacalista della sinistra radicale? Non sembrerebbe a sentire un altro metalmeccanico che si è spesso trovato dall’altra parte della barricata, Antonino Regazzi, leader della Uilm. Un ritocco ai coefficienti - sostiene - significherebbe «un’ulteriore manovra per abbassare il potere d’acquisto delle pensioni». Il contrario - osserva - di quanto si era proposto l’Unione nel suo programma elettorale.