Pensioni, il governo si ferma sullo scalone

da Roma

Primo rinvio nella trattativa sulla previdenza. La proposta del governo arriverà «a giorni», ha ammesso ieri il premier Romano Prodi. Quindi non oggi, come era stato annunciato martedì all’avvio della non stop esecutivo-sindacati. Resta fissato l’incontro di questo pomeriggio a Palazzo Chigi che sarà dedicato esclusivamente ai dettagli delle misure finanziate con il tesoretto e probabilmente anche ai contratti a termine (che il governo vuole limitare), ma non al superamento dello scalone della riforma Maroni (età pensionabile da 57 a 60 anni con 35 anni di contributi dal 2008). Un tema che è ancora al centro della trattativa sotterranea con Cgil, Cisl e Uil e, soprattutto, resta l’oggetto del braccio di ferro tutto politico tra ministri e partiti della sinistra radicale.
A piazzare i paletti per Rifondazione comunista ieri è stato il ministro Paolo Ferrero che ha chiesto l’abolizione della riforma del centrodestra senza contropartite. Esclusa anche la sostituzione dello scalone con un aumento graduale dell’età pensionabile. Porte aperte solo a incentivi per chi vorrà restare al lavoro. In sostanza il Prc chiede di mettere ancora più risorse su una riforma che, anche nella versione «soft» allo studio dell’esecutivo, impegnerà la fetta più consistente della finanziaria 2008. Prospettiva pericolosa per il ministro del Lavoro Cesare Damiano, che martedì aveva criticato «l’allarmismo» di Tommaso Padoa-Schioppa sui conti, ma che ieri ha ribadito che saranno valutate tutte le ipotesi solo «a parità di costo».
Le scelte in campo sono limitate a due aree: o gli scalini, cioè l’abbassamento dell’età pensionabile nel 2008 da 60 a 58 per poi innalzarla di nuovo, oppure le quote, cioè la somma tra età anagrafica e contributiva come requisito per il ritiro dal lavoro. Proposta un tempo cavallo di battaglia della Cisl e oggi potenziale soluzione per non scontentare la sinistra radicale. Si è parlato di «quota 94», perché sarebbe effettivamente un alleggerimento dello scalone, visto che con 35 anni di contributi l’età scenderebbe a 59. Più difficile quota 95, perché sarebbe in sostanza lo scalone Maroni (60 più 35) e la sinistra radicale non lo permetterebbe.
Altra ipotesi in campo è quella di agire su entrambe le leve. A partire dal 2008 l’età pensionabile potrebbe essere ridotta solo a 58 anni (e non riportata ai 57 in vigore prima della riforma Maroni) e negli anni successivi ad aumentare gradualmente sarebbero solo gli anni di contribuzione.
L’unica certezza è che la rinuncia allo scalone costerà. E che il governo cercherà di finanziarla, in parte con un ulteriore aumento delle aliquote contributive dei lavoratori autonomi e degli atipici. E anche con operazioni di razionalizzazione degli istituti previdenziali. L’idea del Super-Inps, cioè dell’accorpamento dell’Inps con l’Inpdap e gli altri istituti dei privati, potrebbe tramontare a favore - secondo quanto ha riportato l’agenzia Sole24ore Radiocor - di una cabina di regia tra gli enti.
Ricette che non convincono l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti: «Lei quando era in Europa predicava bene, ora che è venuto in Italia razzola male», ha replicato a Prodi che durante il question time aveva garantito l’equilibrio del sistema. «Il problema non è se i soldi li troverete o no, il problema - ha accusato - è che i soldi non li troveranno più alle poste i pensionati perché state scassando il sistema. Quello delle pensioni è un problema grande, il suo è un governo piccolo».
Altro punto fermo sono i tempi. Resta ferma l’esigenza di fare in fretta. Anche perché il governo non vuole subire il logoramento della sinistra interna. E anche i sindacati devono fare i conti con gli scioperi delle federazioni.