Pensioni, l’Unione inciampa nello «scalone di Maroni»

Bruxelles ha condannato l’Italia in materia di deducibilità e il viceministro dell’Economia s’è rifatto su dirigenti e quadri

Gian Battista Bozzo

da Roma

Quattro miliardi di risparmi nel 2009, nove miliardi a regime: questa la vera posta in gioco nel balletto delle pensioni che coinvolge governo, maggioranza, sindacati e Inps. Il mese prossimo, con la finaziaria appena approvata, partirà il tavolo sulla previdenza; ma sarà una partenza in salita. Va avanti, intanto, la trattativa al Senato sugli emendamenti alla Finanziaria: la maggioranza modifica ancora una volta la tassa di successione, introducendo una franchigia di 100mila euro per i fratelli; ma l’aliquota sulla quota residua sarà del 6% contro il 4% degli eredi diretti (moglie, figli, genitori).
Pensioni, la «patata scalone». Il presidente dell’Inps Gianpaolo Sassi ha consegnato ieri al governo uno studio con una serie di simulazioni sui possibili risparmi di spesa previdenziale, alternativi al cosiddetto «scalone Maroni», la norma che dal 2008 porta da 57 a 60 anni il limite minimo per le pensioni di anzianità. Ebbene, Sassi ammette che «non esistono singole misure che diano gli stessi risparmi dello scalone»: 4 miliardi di euro, appunto, già nel 2009 per giungere a 9 miliardi di euro con le norme a regime. Fra le proposte dell’Inps ci sono la revisione triennale dei coefficienti di calcolo della pensione, un diverso mix fra età anagrafica e contributi, l’aumento dell’età pensionabile per le donne. Ma alle prime due ipotesi il sindacato dice «no», e lo stesso ministro del Lavoro Cesare Damiano precisa che l’aumento dell’età pensionabile delle donne «non è mai stato preso in considerazione». Che fare, allora? Damiano ammette che «l’eliminazione dello scalone, o una sua graduazione, sono operazioni che costano». Per il momento, dunque, nessuna proposta operativa. «Per ora abbiamo le informazioni tecniche - se la cava Damiano - ma non abbiamo preso decisioni: vedremo in gennaio, con le parti sociali».
Cgil, Cisl e Uil chiedono al governo di presentarsi al tavolo di gennaio, con una proposta «unitaria, ma non chiusa», spiega il numero due della Cisl Pierpaolo Baretta. «Se la Uil non ha davanti un interlocutore con le idee chiare - aggiunge il segretario confederale Domenico Proietti - avrà difficoltà a confrontarsi col governo». La verità, spiega l’economista Giuliano Cazzola, è che Prodi e i suoi ministri hanno fatto un errore a rimettere il discussione lo «scalone Maroni», che realizza un sensibile risparmio di spesa.
Confindustria: salvate la Biagi. La patata bollente per Damiano non si limita alle pensioni. C’è una seconda incauta promessa, fatta ai sindacati, da rispettare: la riscrittura della legge Biagi. La Cgil, con il segretario Epifani, nei giorni scorsi ha chiesto una «riscrittura completa», di fatto l’abolizione della Biagi. Replica la Confindustria: «La legge non va abrogata, neppure parzialmente, ma bisogna introdurre nuovi ammortizzatori sociali: gli attuali - spiega il vicepresidente Alberto Bombassei - funzionano, ma non sono adeguati».
Successioni, si cambia ancora. Al Senato va avanti intanto il lavoro della cosiddetta «cabina di regia» sugli emendamenti alla Finanziaria. Cambia ancora la tassa di successione, con l’introduzione di una franchigia da 100mila euro per i fratelli eredi; però l’aliquota sulla parte ulteriore dell’asse ereditario va al 6%. La franchigia vale per ciascun fratello. La maggioranza, in un ordine del giorno proposto da Rifondazione comunista, s’impegna a destinare i proventi della lotta all’evasione fiscale alla futura riduzione delle tasse - come conferma lo stesso ministro Padoa-Schioppa - ma anche all’incremento delle pensioni minime e alle misure per favorire le famiglie più povere. Si discute poi se eliminare il ticket sul pronto soccorso da «codice verde» e lasciarlo solo per il «codice bianco», per gli interventi più leggeri. Da oggi, in commissione Bilancio, si incomincia a votare. E Vincenzo Visco conferma che a fine anno «il deficit finirà intorno al 6% del pil, a causa dell’Iva per le auto e dei debiti Fs».