Pensioni, l’Unione va in tilt e si ferma sullo «scalone»

Il leader ds: «Non è uno scandalo lavorare fino a 60 anni»

da Roma

La decisione è tutta politica, spiegano fonti governative. Come dire che le indiscrezioni di questi giorni a proposito di pensioni hanno un valore esclusivamente tecnico e potrebbero, tutte indistintamente, diventare carta straccia dopo il vertice di Caserta. L’ipotesi di partenza del ministero del Lavoro rimane quella della «manutenzione» delle riforma Dini, vale a dire una correzione dei coefficienti sulla base dei quali verranno calcolati gli assegni dei futuri pensionati. E un ammorbidimento dello «scalone» della riforma Maroni, rendendo graduale l’innalzamento a sessanta anni dell’età pensionabile che, a legislazione vigente, dovrebbe scattare nel 2008. Poco più di un’ipotesi di partenza per una trattativa che vede nel versante opposto la proposta della sinistra radicale: abolizione dello scalone, nessun disincentivo, nessuna revisione dei coefficienti, incentivi per chi ritarda il ritiro dal lavoro.
Le posizioni di partenza sono emerse chiaramente ieri nelle due interviste rilasciate dal segretario Ds Piero Fassino e dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. Il leader del principale partito di maggioranza è entrato nel merito della riforma sostenendo che bisogna discutere di età pensionabile «perché non possiamo considerare uno scandalo andare in pensione a 60 anni invece che a 57 quando l’aspettativa di vita è a 80 anni». Un implicito riconoscimento della validità della riforma Maroni, al quale Fassino fa seguire la considerazione che il 65 per cento dei pensionati italiani ha rendite basse, tra i 500 e i 700 euro al mese.
Toni diversi rispetto a quelli di Romano Prodi che ha escluso anche il ricorso a disincentivi. E in questo il premier è in sintonia con i partiti della sinistra radicale. «Vanno bene gli incentivi per chi vuole rimanere al lavoro», ha ribadito ieri il ministro Ferrero ricordando che «nel programma dell’Unione si dice che lo scalone va tolto. Non credo sia possibile ridiscutere questa promessa». A Fassino non è arrivato nemmeno il sostegno del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che in un lunghissimo articolo per il Corriere della sera non ha nemmeno citato il tema della previdenza. Il dossier pensioni non è più comunque in mano al ministero di via XX settembre.
Tutti segnali che, a giudizio del centrodestra, dimostrano come alla fine sarà la sinistra radicale a vincere questo tiro alla fune. «Nessuno può pensare di eliminare lo scalone e, nel contempo, di non aumentare l'età pensionabile, ma questa è proprio la risposta della parte che conta di questa maggioranza», ha rilevato il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto. Il problema per i riformisti del centrosinistra è che si trovano nella scomoda posizione di chi deve confermare le riforme del precedente esecutivo. «Grazie al lavoro svolto dal governo Berlusconi - osserva l’ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi - il nodo è chiaro: si vuole regredire o progredire rispetto alla legge Biagi e alla riforma delle pensioni? Fassino e compagni devono scegliere».