Le pensioni miracolo delle Camere

RomaIn Italia c’è un luogo magico dove è ancora possibile maturare una bella rendita di vecchiaia pagando pochi contributi. Un zona sospesa ai confini della realtà previdenziale, dove la pensione minima supera i 2.300 euro, si ottiene lavorando solo cinque anni e i pochissimi sfortunati che non riescono a maturarla, si rimettono in tasca le somme versate.
Era così nel passato e potrebbe continuare anche nel futuro, visto che dalla manovra è scomparsa la stretta sui vitalizi prevista in una delle prime bozze. Il Parlamento è autonomo anche nel decidere il trattamento economico degli eletti e infatti la stretta è svanita quasi subito. Se deputati e senatori avranno lo stesso regime pensionistico dei cittadini che rappresentano lo dovranno decidere da soli.
Per il momento il ministro Giulio Tremonti sta cercando di fare accettare ai parlamentari il taglio tra il 5 e il 10 per cento previsto per le pensioni d’oro, ha inviato una lettera ai capigruppo dei due rami del Parlamento per spiegare che la sforbiciata «potrebbe essere ritenuta immediatamente applicabile ai vitalizi dei parlamentari». Invito accettato dal presidente del Senato Renato Schifani, che ha annunciato decisioni in «tempi immediati».
Mancano ancora segnali di cambiamento sulla previdenza. Il fatto è che, come si dice, non si può chiedere al tacchino di preparare il pranzo di Natale e che, in questo caso, il pranzo è di quelli abbondanti. Nel 2010 la Camera ha messo a bilancio 138 milioni e 200 mila euro per corrispondere i vitalizi a fronte di entrate, i «contributi» pagati dai deputati, di 11 milioni e 635 mila euro. Per gli ex senatori Palazzo Madama nel 2009 ha stanziato 83,6 milioni, contro 5,8 milioni di contributi versati. In sostanza, facendo una media, i parlamentari si pagano circa un dodicesimo delle loro pensioni, il resto e a carico del bilancio delle Camere. Quindi dei contribuenti.
Viste le cifre, non c’è bisogno di spiegare perché il sistema previdenziale degli eletti sia un retributivo puro, cioè calcolato sulla base dell’ultimo «stipendio», e non un contributivo, dove ognuno prende una rendita proporzionata a quanto ha versato nella sua vita lavorativa. L’assegno va dal 25 all’80 per cento dello stipendio, a seconda delle legislatura effettuate. Può arrivare oltre i 7.000 euro, per l’appunto al limite rispetto alla soglia di 90 mila euro oltre la quale scatta il contributo di solidarietà, come aveva notato nei giorni scorsi il segretario della Uil Luigi Angeletti.
Anche l’età dalla quale l’ex deputato inizia a prendere il vitalizio varia in funzione delle legislature svolte. Si va dai 60 anni per i veterani ai 65 per chi ha fatto in tempo a fare solo cinque anni. Da qualche tempo non è più possibile riscattare gli anni mancanti al compimento di una legislatura, trucco che nella storia italiana ha permesso di ottenere la pensione anche a parlamentari per un giorno.
Se questa legislatura dovesse finire in anticipo, ha stimato recentemente il Sole24ore, a rimetterci sarebbero 341 neofiti. Deputati e senatori eletti per la prima volta nel 2008, ai quali non resterebbe che lottare con le unghie e con i denti per ottenere la riconferma e fare scattare i cinque anni di contribuzione necessari per accedere al vitalizio.
Altrimenti si dovranno accontentare di un altro lusso che ai comuni lavoratori non è concesso: la restituzione dei contributi versati. Il Senato, nel 2009, ha dato 1,5 milioni ai neo senatori della legislatura scorsa che non hanno maturato il diritto al vitalizio, ma che tra il 2006 e il 2007, hanno pagato la quota per ottenerlo.
In sostanza, è stata risolta - ma solo per i parlamentari - la questione dei «contributi silenti», denunciata in diverse campagne dai Radicali. Nel mondo normale sono quote di stipendio versate da lavoratori, per lo più atipici, che non raggiungono i requisiti minimi per la pensione. A loro non vengono rimborsate, a senatori e deputati sì. Anche alla Camera è previsto il rimborso dei contributi versati, ma devono essere gli ex deputati a chiederlo. A fine legislatura, chi non ha intenzione di ripetere l’esperienza in Parlamento può chiedere di monetizzare i contributi, chi invece ha speranze di tornare, magari saltando un turno, li può lasciare dove sono. Anche questa flessibilità è un sogno per i lavoratori normali.
Difficile capire perché il Parlamento non debba diventare un normale datore di lavoro. Pagare contributi e liquidare le pensioni a chi ha maturato il diritto. Oppure, permettere agli eletti di ricongiungere i contributi con quelli cumulati fuori da palazzo. Sarebbe giusto. Manca solo il tacchino disposto a servirsi a tavola il prossimo Natale.