Pensioni, il no della Ue: riforma senza fondi

Il commissario Almunia esprime forti dubbi sul sistema degli scalini
proposto da Prodi. Critiche anche dal governatore di Bankitalia Draghi. Nella Cgil non si placa lo scontro interno.
Confindustria delusa

Roma - Dubbi sulla copertura del superamento dello scalone perché non garantisce la tenuta dei conti nel lungo periodo ed esortazioni a non dimenticare la peculiare situazione dell’Italia, tra i primi paesi Ue in quanto a spesa previdenziale e debito pubblico. Non c’è traccia di «congratulazioni» al governo nel primo giudizio che il commissario europeo per gli Affari monetari Joaquin Almunia ha dedicato al piano per superare la riforma Maroni. E nemmeno le prime parole spese dal governatore di Bankitalia Mario Draghi dopo l’intesa governo-sindacati suonano come un via libera. Nel sistema pensionistico, ha riconosciuto, è «inevitabile che ci sia un aggiustamento graduale. E siamo in questa fase. Ma è talmente graduale che forse non ne vedremo mai la fine».
Dal punto di osservazione di Bruxelles, il nodo è quello della copertura. «Necessario» aumentare l’età pensionabile rispetto ai 57 anni con 35 di contributi in vigore prima della legge Maroni, ha osservato Almunia. Ma la strada scelta dal governo (al posto dello scatto a 60 anni nel 2008, aumenti graduali dell’età anagrafica minima e di quella contributiva) lascia «diversi importanti problemi aperti». L’elenco tocca tutti gli argomenti cardine del piano presentato alle parti sociali: il finanziamento dell’ammorbidimento dello scalone, l’adeguamento dei coefficienti e la lista dei lavori usuranti. «I criteri richiesti per qualificare il pensionamento sono stati gradualmente allineati con gli altri paesi europei - osserva il commissario - inoltre l’aggiustamento attuariale dei coefficienti di trasformazione è previsto diventare automatico con una frequenza di tre anni». Ma rimangono aperte le questioni di fondo. «Aspetti specifici dell’accordo dovranno essere risolti in modo da assicurare un impatto positivo sulle finanze pubbliche nel medio termine». Perché - ricorda Almunia - anche con le misure annunciate dal governo la spesa pensionistica «attualmente attorno al 14 per cento del Pil, resterà tra le più elevate nella Ue e i rischi sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche resteranno».
Il governo non può quindi abbassare la guardia con Bruxelles. Ma anche in patria non mancano problemi. Oltre a quelli politici, la vicenda delle pensioni e le misure previste dal Protocollo presentato lunedì hanno agitato le acque alla Cgil. Come previsto il sindacato guidato da Guglielmo Epifani ha approvato l’intesa, anche se con una maggioranza meno consistente del solito. E oggi arriverà a Palazzo Chigi una lettera da Corso d’Italia nella quale si contestano due punti: i contratti a termine (il sindacato avrebbe voluto che si specificassero i casi in cui le aziende possono attivarli) e la decontribuzione degli straordinari. La sinistra interna avrebbe preferito una bocciatura al 100 per cento e per questo ieri l’esecutivo unitario di Cgil, Cisl e Uil che avrebbe dovuto fissare la data per il referendum tra i lavoratori, è stato rinviato a settembre. «Un fatto gravissimo», ha denunciato Giorgio Cremaschi, leader della componente più a sinistra della Cgil. Meno problemi per Cisl e Uil.
Giudizi articolati anche tra le associazioni datoriali. Ieri il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, in attesa del Direttivo che si terrà oggi, ha detto che nell’accordo ci sono «elementi positivi». Giudizio critico da Confcommercio a proposito delle modifiche alla legge Biagi. Per il presidente della commissione Lavoro di Confcommercio Francesco Rivolta finiranno per colpire il terziario. In particolare i limiti alla reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi, senza incentivi, rischia di riprodurre «automatismi e rigidità che scoraggiano nuove assunzioni».