Pensioni, ora Rifondazione minaccia la crisi

I riformisti insistono per alzare l’età del ritiro, accordo più lontano. Migliore, capogruppo del Prc alla Camera: &quot;Su questo fronte siamo determinati, mi pare che Prodi lo abbia capito&quot;. La proposta del governo: <a href="/a.pic1?ID=190001" target="_blank"><strong>scalino e incentivi</strong></a>. Intanto il deficit nel primo trimestre <strong><a href="/a.pic1?ID=190224">vola al 6,1%</a></strong>

Roma - La trattativa è ancora in alto mare, e la questione dell’età pensionabile resta per il governo una mina che per il momento nessuno è ancora riuscito a disinnescare.

Sullo «scalone», infatti, si stanno coagulando due fronti contrapposti dentro l’Unione: da una parte la sinistra che ne reclama l’abolizione, dall’altra i «riformisti», con la leadership virtuale di Walter Veltroni, che giudicano necessario e non più rinviabile l’adeguamento del sistema previdenziale ai nuovi trend demografici, come ha chiaramente spiegato Massimo D’Alema. E nel mezzo c’è Romano Prodi, che cerca una strada per non rimanere stritolato dallo scontro interno.

Ieri il ministro radicale Emma Bonino (che con D’Alema ha un ottimo rapporto politico) ha dato il via al fuoco di sbarramento dalla «destra» dell’Unione: «Dobbiamo tenerci lo scalone, se passa l’ipotesi dei 58 anni voto contro, per tentare di impedire al governo un grave errore». E ha ricordato a Prodi che qualsiasi modifica della riforma Maroni «deve trovare una maggioranza che la voti in Parlamento». Col sottinteso che, allo stato dei fatti, quella maggioranza è assai difficile. Poco dopo si è fatto sentire un altro ministro, Antonio Di Pietro: «A 60 anni le persone sono ancora in piena efficienza psico-fisica, e non possono gravare sulle spalle delle generazioni future». Una bocciatura preventiva dell’ultima proposta di mediazione avanzata dal ministro del Lavoro Damiano, che in pratica accoglie l’ipotesi avanzata dalla Cgil: si annulla lo scalone, rinviandolo di tre anni, e si introducono incentivi modulati per chi decide di restare al lavoro oltre i 58 anni. Una vistosa marcia indietro rispetto alla linea tenuta dal governo la scorsa settimana, quando il tavolo di trattativa con i sindacati era saltato. Ai suoi interlocutori della sinistra radical, il premier aveva spiegato di non poter accettare l’ipotesi scalino 58 anni più incentivi «per ragioni politiche prima che contabili»: una simile mediazione al ribasso sarebbe stata letta come il definitivo cedimento alle pressioni dell’ala massimalista della coalizione e avrebbe scatenato contro un governo già precario le critiche di tutta la grande stampa. Ma Franco Giordano e i suoi hanno spiegato al premier che per Rifondazione la drastica riduzione dello scalone è «l’ultima frontiera», e che i parlamentari Prc non avrebbero votato neppure la fiducia, se il governo (come chiedeva la Cgil) l’avesse posta su un accordo al ribasso firmato dai sindacati.

«Se qualcuno pensa che non facciamo sul serio, ha capito male», spiega il capogruppo Prc Migliore. «Su questo fronte siamo veramente determinati. E mi pare che Prodi lo abbia capito». Il timore di Rifondazione in realtà è tutto politico: ossia che una parte della maggioranza, con il Partito democratico di Veltroni, D’Alema e Rutelli in testa, voglia usare le pensioni per regolare i conti con la sinistra radicale. Spingere il governo alla linea dura, spaccare la nascente «Cosa rossa» dentro la quale Verdi e Sinistra democratica sono più disposti al compromesso e isolare i duri del Prc e del Pdci. Magari fino a spingerli verso «un esito da ’98», quando Bertinotti fece saltare il primo governo Prodi. «Vogliono sconfiggerci sull’unico fronte dal quale non possiamo arretrare», è il timore dei vertici Prc. Per poi varare assieme a una parte della Cdl una nuova legge elettorale che tagli le gambe ai piccoli partiti, e accelerare la discesa in campo di Veltroni.

Di fronte al rischio di veder saltare la maggioranza a sinistra, il premier ha ceduto sugli incentivi e sul rinvio di tre anni, nonostante le resistenze di Padoa-Schioppa. E ieri dai sindacati e dalla sinistra si è levato un coro di voci ottimiste: «Un passo avanti straordinario, l’accordo mi sembra vicino», dice il ministro Bianchi a nome del Pdci. Ma dal Prc e dalla Fiom (che reclama lo sciopero generale) si leva un nuovo stop: Migliore chiede che dallo «scalino» dei 58 vengano esentati tutti gli operai, ma in realtà il punto inaccettabile è un altro: «Il trucco della proposta Damiano sta nel fatto che se fra tre anni, grazie agli incentivi, non si produce lo stesso risparmio pensionistico previsto dallo scalone, l’età pensionistica viene automaticamente innalzata», dicono dal suo partito. E la chiusura dell’accordo si allontana.