Pensioni, un pasticcio firmato Sacconi

Roma«Un pasticcio. Non solo da dilettanti ma anche da irresponsabili». Sarà anche vero che l’ira non è un sentimento che appartiene a Silvio Berlusconi - come di tanto in tanto recitano le note mattutine di Palazzo Chigi che smentiscono le ricostruzioni giornalistiche sulle tensioni interne alla maggioranza - ma di certo ieri l’umore del Cavaliere era piuttosto nero. E se sotto il profilo etimologico «ira» può anche non essere il termine più azzeccato, non v’è alcun dubbio che nei confronti di chi ha avuto «la bella idea» di escludere il riscatto di servizio militare e laurea dal calcolo per maturare la pensione d’anzianità ci sia più d’un vago fastidio. Nel mirino del premier, insomma, ci sono - in ordine niente affatto casuale - Maurizio Sacconi, Roberto Calderoli e Giulio Tremonti.
Il primo per aver proposto durante il vertice di lunedì ad Arcore l’intervento sulla previdenza che ha fatto poi scoppiare il pandemonio e sul quale la maggioranza ha dovuto fare pubblica abiura, il secondo per averlo sostenuto con forza (perché - così la leggono i dirigenti del Pdl presenti alla riunione - in questo modo la Lega avrebbe evitato il temuto intervento strutturale sulle pensioni) e il terzo per aver detto che la cosa era fattibile. Nessuno di loro - è lo sfogo di Berlusconi nelle sue conversazioni private - ha sollevato obiezioni sulla fattibilità della cosa, né dal punto di vista fattuale né sotto il profilo costituzionale. «Anzi - insiste - si sono perfino fatte cifre non corrispondenti al vero».
Un «pasticcio», appunto. «Non solo da dilettanti ma anche da irresponsabili», visto che «ci siamo fatti incalzare dai sindacati per niente». Al punto di schiacciare Cisl e Uil sulle posizioni della Cgil, l’unica cosa che oggi la maggioranza non può permettersi perché solo l’ipotesi di uno sciopero generale unitario rischierebbe di far saltare il banco di Palazzo Chigi. Eppure l’errore di valutazione di Sacconi avrebbe qualche attenuante visto che - racconta chi era presente ad Arcore - il ministro del Welfare avrebbe rassicurato il Cavaliere sul fatto che Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti avevano già dato il loro placet. «Li ho sentiti e sono d’accordo», la rassicurazione di Sacconi. Il problema, però, sarebbero state le rappresentanze locali di Cisl e Uil che nella notte avrebbero messo all’angolo i rispetti segretari generali. Di qui, il repentino cambio di rotta e il niet di Bonanni e Angeletti. Una circostanza che comunque non attenua il disappunto del premier, convinto che un ministro come Sacconi - da sempre in stretto contatto con Cisl e Uil - avrebbe dovuto prevedere una simile levata di scudi. Per cui, discorso chiuso. «Non è questo il momento - spiega in privato - per mettere mano alle pensioni».
Esclusa la riforma della previdenza e scartato il contributo di solidarietà («piuttosto che reintrodurlo sono pronto a dimettermi», confida il premier), Berlusconi punta tutto sulla lotta all’evasione. Con misure che si annunciano drastiche. E alle quali stanno lavorando proprio in queste ore tecnici della presidenza del Consiglio insieme al direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera. Il che, per inciso, almeno politicamente equivale a una sorta di commissariamento di Tremonti visto che Via XX Settembre sembra esclusa dalla partita. Per altro, ironizzano a Palazzo Chigi, anche l’avessimo chiamato «sono giorni che a Lorenzago non c’è campo e i telefonini non prendono».
Quando sarà quantificata la cifra che si potrà ottenere dalla lotta all’evasione, allora si capirà se i conti tornano. Così non fosse, è la convinzione di Berlusconi, resta il «jolly» dell’Iva. Ed è questo che spiegherà oggi il Cavaliere ai leader europei che incontrerà a Parigi durante la Conferenza sulla Libia. Per tranquillizzare l’Ue e la Bce - sarà il senso della sua rassicurazione ai partner internazionali - alla manovra «è stata prevista una sorta di “clausola di salvaguardia” che consiste, qualora fosse necessario, nell’aumento dell’Iva di uno o anche di due punti».