Pensioni, dal Prc no all’intesa L’effetto Bonino inguaia Prodi

Oggi il governo presenta la proposta ai sindacati, ma Rifondazione torna a puntare i piedi: no a "quota 96". Ma il vero ostacolo che potrebbe mandare all'aria i piani del governo è la somma fra età anagrafica e contributiva, che dovrebbe diventare il nuovo requisito per l'anzianità

Roma - Quota 96 a partire da 2010 non piace a Rifondazione Comunista. Dubbi anche su quanti lavoratori escludere dalla riforma e sul trattamento da riservare a chi ha maturato 40 anni di contributi e su altre tecnicalità. Ma il vero ostacolo che potrebbe mandare all’aria i piani di Romano Prodi - che vuole a tutti i costi presentare oggi la sua proposta a Cgil, Cisl e Uil e chiudere la partita delle pensioni al Consiglio dei ministri di domani - è la somma tra età anagrafica e contributiva che dovrebbe diventare il nuovo requisito per l’anzianità a partire dal 2010 o dal 2011, una volta entrato in vigore l’unico scalino a 58 anni, che da prossimo anno sostituirebbe lo scalone a 60 anni previsto dalla riforma Maroni.

L’ipotesi che si è rafforzata dopo le dimissioni minacciate di Emma Bonino è quella un po’ più stringente, che farebbe scattare quota 96 dal 2010. In sostanza il ministro Tommaso Padoa-Schioppa e i moderati della maggioranza avrebbero ottenuto che, sempre senza uscire dai limiti proposta stilata dal ministro del Lavoro Cesare Damiano, si scelgano le opzioni meno onerose. Si parla di un risparmio sull’ordine centinaia di milioni di fronte a una riforma che dovrebbe costare solo per i primi tre anni tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro. Copertura che il governo cercherà con con l’unificazione degli enti previdenziali, con i tagli ai costi della politica e soprattutto con l’aumento dei contributi che pagano i lavoratori precari. Una soluzione avversata dal centrodestra, visto che - ha sottolineato Maurizio Sacconi di Forza Italia - «l’effetto sarebbe quello di incoraggiare l’evasione e il lavoro nero con dubbi risultati dal punto di vista delle entrate».

Appena fiutata una possibile chiusura su quota 96, Rifondazione comunista è tornata a puntare i piedi nelle trattative con Palazzo Chigi e i giochi si sono riaperti. «Stanti le ipotesi l’accordo nella maggioranza è ancora lontano», è stato l’avvertimento di Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del partito. Che ha posto i paletti del Prc: «Chi ha 40 anni di contributi deve andare subito in pensione (senza le limitazioni delle due finestre, ndr), vanno esclusi dal criterio 58 anni di età e 35 anni di contributi tutti i turni avvicendati, i lavori a vincolo e gli usuranti, poi la modifica dei coefficienti deve permettere una pensione pubblica che valga almeno il 65 per cento per i giovani».
Zipponi ha addirittura ritirato fuori l’idea che dopo lo scalino a 58 anni ci debbano essere solo incentivi. Probabilmente un modo per controbilanciare l’offensiva della Bonino, visto che il governo non intende cedere su questo versante.

Anche per i sindacati quota 96 è alta, soprattutto nel 2010. Cgil, Cisl e Uil continuano a preferire i due passaggi, cioè quota 95 nel 2010 da fare poi crescere a 96 nel 2011 o addirittura nel 2012.
Un termometro delle difficoltà ieri lo hanno dato le voci uscite da Palazzo Chigi che hanno confermato per oggi pomeriggio l’incontro con Cgil, Cisl e Uil, precisando però che ai sindacati sarà illustrato «l’impianto della riforma». Non i dettagli, quindi. Saranno comunque - ha precisato un’altra fonte - indicati i nuovi requisiti per l’anzianità. Ieri era circolata anche la voce di un «memorandum» d’intesa sulle linee generali per rinviare i dettagli ai prossimi mesi. Ma lo stesso premier Prodi ha escluso rinvii. Anche per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta sarebbe «profondamente sbagliato andare a settembre».

Anche i sindacati hanno fretta e adesso nessuno è interessato ai rinvii (tranne forse il ministero dell’Economia preoccupato per la tenuta dei conti). Sicuramente il provvedimento che riformerà la riforma Maroni andrà in Finanziaria. Ma l’accordo con le parti potrebbe essere incluso nella risoluzione che accompagna il Dpef, Il Documento di programmazione economica e finanziaria. In modo che i sindacati possano mettere il risultato al riparo dai chiari di luna della politica.