Pensioni, la «riforma» di Prodi pagata dai giovani

Sacconi (Fi): «Linea sciagurata, si riapre una voragine»

da Roma

Come lo sceriffo di Nottingham, sulle pensioni il governo Prodi si prepara a rubare ai poveri per dare ai ricchi. O peggio, rubare ai giovani per dare ai vecchi. Dopo il conclave di Caserta, in cui si discuterà anche di pensioni, il progetto sarà portato al tavolo per la «manutenzione» della riforma Dini, da concludersi entro fine marzo.
Il piano è ben chiaro: il governo intende utilizzare gli aumenti dei contributi previdenziali che la Finanziaria infligge ai lavoratori atipici (tempo parziale, co.co.co e quant’altri), ai lavoratori autonomi e agli stessi dipendenti - per un totale di 5 miliardi di euro l’anno - per cancellare lo «scalone Maroni»: lo slittamento da 57 a 60 anni, a partire dall’1 gennaio 2008, dell’età necessaria per il pensionamento d’anzianità. L’aumento dei contributi (+ 5% per gli atipici, 3% per gli autonomi, e 0,30% per i dipendenti) non servirà per rendere più accettabili le pensioni di ventenni e trentenni, ma per mantenere in vigore il ritiro anticipato dal lavoro dei cinquantasettenni.
Quanto costa abolire lo «scalone»? Una cancellazione tout court significa rinunciare ai risparmi già calcolati: 596 milioni nel 2008, 3.567 milioni nel 2009, 6.273 milioni nel 2010 e così via fino ad oltre 9 miliardi dal 2012 in poi. L’innalzamento da 57 a 58 anni, operai esclusi (potrebbe essere questa l’ipotesi accettabile per la Cgil) costa, secondo i calcoli dell’Inps, 653 milioni nel 2008, 2.129 milioni nel 2009, 3.311 milioni nel 2010 fino a un massimo di 3 miliardi e 800 milioni circa nel 2013. Fra l’ipotesi 1 (scalone cancellato) e l’ipotesi 2 ci sono quasi 5 miliardi, a regime, di costi in più. Come coprirli? Con l’aumento dei contributi che, guardacaso, dà un gettito di 5 miliardi di euro.
È questa la ricetta del sindacato. Il segretario cislino Raffaele Bonanni ne aveva parlato con il Giornale il 23 dicembre («la Finanziaria ha aumentato i contributi, dunque i conti sono a posto»). Il 27 dicembre la segretaria confederale Cgil Morena Piccinini aggiungeva: «Via lo scalone con i 5 miliardi in più della Finanziaria». Ieri, Silvano Miniati, segretario dei pensionati Uil, ha detto: «Le risorse per abolire lo scalone ci sono». I sindacati dimenticano però che, pur in un regime di «calderone» previdenziale dove non si distingue nulla, chiedere maggiori contributi a giovani e autonomi per consentire agli operai di andare a riposo a 57 anni è, a dir poco, un’operazione da «Robin Hood alla rovescia».
«Sulle pensioni, l’intenzione del governo è quella del tornare indietro sulla linea dei 57 anni e basta, magari col palliativo di un qualche incentivo per andare avanti: è un grave errore per un economista come Prodi», commenta Giuliano Cazzola, studioso di previdenza. Sia Cazzola che Elsa Fornero, componente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, invitano poi il governo a rivedere (come prevede la riforma Dini, ndr) i coefficienti di trasformazione in base ai quali si calcolano le pensioni. Operazione su cui il sindacato ha già posto il veto.
«Prodi si è arroccato sulle posizioni della sinistra più radicale - denuncia l’ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi - ma il prezzo di questa linea sciagurata sarà pagato dal Paese, perché si riapre la voragine dei conti previdenziali». Plausi a Prodi vengono da Rifondazione, comunisti italiani e verdi. «L’impostazione del premier è di buon auspicio per un sereno confronto sulla previdenza», dice il segretario del Prc, Franco Giordano. Ma Daniele Capezzone (Rosa nel pugno) rileva come «la sinistra massimalista possa celebrare l’immobilismo, lo scampato pericolo di una riforma seria, incisiva e modernizzatrice. Questa sinistra festeggia contro i nostri figli».