Pensioni, rissa nel governo Ma Prodi fa finta di niente

Padoa-Schioppa: &quot;Intesa sulla riforma entro giugno o valgono le leggi Dini e Maroni&quot;. Fallito il vertice con le parti sociali, sindacati furenti. Scontro sul tesoretto. Prodi: &quot;<a href="/a.pic1?ID=176972" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Nessuna tensione sulla previdenza</font></strong></a>&quot;. Intanto gli statali <strong><a href="/a.pic1?ID=176775">proclamano lo sciopero generale</a></strong>

Roma - È andata come tutti s’aspettavano. Tommaso Padoa-Schioppa ha fatto il poliziotto cattivo, avvertendo i sindacati: o si fa l’accordo sulle pensioni entro giugno, o restano in vigore le leggi Dini e Maroni, con lo «scalone» e la revisione dei coefficienti di rivalutazione. Cesare Damiano ha fatto il poliziotto buono, concedendo «scalini» al posto dello «scalone» e un’«analisi periodica» sui coefficienti per verificarne l’impatto sulle pensioni dei giovani. Governo, sindacati e imprese, alla fine, si sono salutati senza un nuovo appuntamento sulla previdenza. Un fiasco confezionato da oltre quattro mesi di preparativi.
Tps, accordo o scalone. Se qualcuno aveva conservato residue illusioni d’intesa, le ha dovute riporre nel cassetto alla lettura, ieri mattina, dell’intervista che il ministro dell’Economia ha concesso alla Repubblica. «Su pensioni e lavoro - ha detto ai sindacati - dovete superare le vostre resistenze interne e avere più coraggio. La riforma previdenziale va fatta, e sarebbe da sciagurati spendere tutto il tesoretto». Cgil, Cisl e Uil si sono presentati a palazzo Chigi d’umore nero, che è peggiorato ancora dopo l’esordio di Padoa-Schioppa: se non si trova l’intesa entro giugno, si applicano le leggi vigenti, la Dini (che prevede la revisione dei coefficienti di trasformazione) e la Maroni (che fissa lo «scalone» dal prossimo 1 gennaio). Il ministro dell’Economia ha confermato che per il welfare ci sono soltanto 2 miliardi e mezzo di «tesoretto», a fronte di 7,5 miliardi per il risanamento dei conti pubblici. «L’intesa sul welfare è come un pranzo al ristorante, il cui conto non può superare i due miliardi e mezzo», avrebbe spiegato Padoa-Schioppa ai sindacati. «Se si modificano le leggi Dini e Maroni ha aggiunto - si rompe l’equilibrio finanziario del sistema». Sui conti previdenziali e sui coefficienti il governo convocherà un tavolo tecnico. «Mostreremo i dati convalidati dall’Europa», promette il sottosegretario all’Economia Nicola Sartor.
Gli scalini di Damiano. Le aperture sono arrivate da Cesare Damiano. Il ministro del Lavoro ha proposto di sostituire lo «scalone», ovvero il passaggio da 57 a 60 anni dell’età per il pensionamento d’anzianità dal 1 gennaio 2008, con «scalini» per un aumento graduale dell’età pensionabile. Per chi matura i requisiti per la pensione quest’anno, nessuna modifica. Dal 1 gennaio prossimo l’età passerebbe a 58 anni (con 35 anni di contributi), e così via. Sui coefficienti, che determinano la rivalutazione nel tempo delle pensioni, Damiano ha ipotizzato una revisione sottoposta ad accertamenti periodici, in modo da tutelare i più giovani, ai quali verrebbero concesse anche facilitazioni per il riscatto della laurea. Non è mancata poi una spruzzata di «equità», quando il ministro ha avanzato l’idea di ridurre le pensioni dei parlamentari. Inoltre, qualche risorsa (in realtà del tutto ipotetica) potrebbe giungere dall’accorpamento degli istituti di previdenza.
Dai sindacati tanti «no». I sindacati - rappresentati da segretari aggiunti o confederali, tranne l’Ugl - hanno accolto le parole di Damiano, e soprattutto quelle di Padoa-Schioppa, con una salva di «no». La Cisl ha detto: trattiamo sull’età, ma non sui coefficienti. La Uil ha chiuso la porta sia all’aumento dell’età che al taglio dei coefficienti. La Cgil pur considerando «non negativa» la cornice presentata dal governo, ha chiesto di rivedere i conti della previdenza, sulla base dei quali sono stati definiti sia i coefficienti che lo «scalone». La crescita del Pil e l’apporto degli immigrati è, secondo la Cgil, sottostimato; i conti sarebbero perciò da rifare. Atteggiamento negativo anche dall’Ugl.
Imprese: riforma da fare. Del tutto opposta la reazione delle imprese. La Confindustria, col direttore generale Maurizio Beretta, ha chiarito che «non ritiene utile modificare le norme in vigore», soprattutto se questo significa nuove tasse o aumento della spesa pubblica. Dello stesso avviso il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli: «Nessun passo da gambero, il sistema deve mantenere l’equilibrio».