Ma le pensioni sono state salvate: la mancata riforma costa 400 milioni

Nella manovra salta la modifica degli assegni di anzianità Rinvio di 2 anni del Tfr, donne in congedo prima ma dal 2016. C'è stato poco coraggio: il peso delle rinunce è pari a 4 miliardi nei prossimi 10-15 anni. "Salvati" i baby pensionandi

Roma - Cambiano i governi, maggioranze ed emergenze, ma l’osso duro restano i pensionati. O meglio i baby boomers pensionandi, lavoratori arrivati a pochi metri dal traguardo e tenacissimi difensori dei diritti acquisiti. Degli interventi drastici e definitivi contenuti nelle prime ipotesi di manovra è rimasto pochissimo. Un rinvio del Tfr di due anni per i dipendenti pubblici, e l’estensione del sistema delle finestre mobili, anche al settore della scuola.
Scompare persino l’anticipo di quota 97 (cifra data dalla somma dell’età anagrafica e quella contributiva) al 2012, che avrebbe portato circa 400 milioni e disturbato appena 30 mila pensionati. Non c’è il ritorno dello scalone, né il blocco delle pensioni di anzianità per quattro anni e il successivo passaggio a quota 100. Che significa 35 anni di contributi e almeno 65 di età. Annacquato l’anticipo del gradualissimo aumento dell’età pensionabile delle donne che lavorano nel privato: inizierà nel 2016.
Il contributo alla manovra che arriverà dalle pensioni di anzianità si aggira sul miliardo di euro, come ha spiegato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il costo delle rinunce supera invece quattro miliardi all’anno per i prossimi 10-15 anni. La quota cento, quindi un anticipo dell’aumento dell’età pensionabile avrebbe portato a regime due miliardi all’anno. L’aumento dell’età pensionabile delle donne dal 2012 circa 24-25 miliardi per dodici anni.
È giusto precisare che il governo Berlusconi ha varato le uniche riforme strutturali della previdenza del decennio. C’è quella che il ministro Tremonti ha definito «la più grande riforma europea della previdenza», l’aumento progressivo dell’età pensionabile legata alle aspettative di vita, l’equiparazione dei requisiti per la vecchiaia per donne e uomini nel pubblico e il gradualissimo aumento dello stesso requisito per le lavoratrici del privato. Ma i sacrifici per i pensionandi contemporanei, fatta eccezione per le donne del pubblico, anche questa volta non sono molti. E non è la prima volta.
L’ultimo esecutivo guidato da Romano Prodi, politicamente debolissimo, nacque proprio sulla promessa di fare salvi i pensionandi. La condizione posta da Rifondazione comunista fu cancellare lo scalone previdenziale, approvato dal precedente governo Berlusconi. Faceva passare, in un sol colpo, l’età minima per la pensione di anzianità da 57 a 60 anni e quindi intaccava anche i diritti acquisiti. La «controriforma» (così venne definita dal centrodestra) del ministro Cesare Damiano, sostituì il salto con gli scalini e poi le «quote», il sistema attualmente in vigore. A regime ha gli stessi effetti dello scalone, ma ne ha ritardato l’effetto. Il costo lo stiamo ancora pagando, circa 7 - 10 miliardi di euro spalmati in dieci anni. A pagarlo sono gli apprendisti, la cui aliquota contributiva è stata elevata, per regalare a poche decine di migliaia di 57enni tre anni di non lavoro.
In fondo, lo schema degli interventi (o dei mancati interventi) sulla previdenza è sempre lo stesso. E a inaugurarlo fu la madre di tutte le riforme. La Dini, che cambiò radicalmente il sistema con il passaggio dal retributivo, cioè il calcolo delle pensioni basato sulla media degli ultimi stipendi, al contributivo, in proporzione ai contributi versati. Tradotto in soldi, pensioni ridotte in media del un trenta per cento. Chiaramente solo quelle generazioni future e fatti salvi i pensionandi.