Pensioni, tre motivi per riaprire lo scalone

Ci sono almeno cento miliardi (di euro) di buoni motivi per ritornare a quello spirito riformatore che nel 2004 aveva consentito al centrodestra di riformare la previdenza italiana. E, soprattutto, c’è anche una ragione formale e sostanziale per non lasciare intatto quel capitolo pensioni che Lega Nord, sinistra, sindacati e pidiellini in crisi d’identità considerano un tabù: un centrodestra che non cambi le cose, che si presenti come pura conservazione è destinato a soccombere. Ma questo Silvio Berlusconi lo sa benissimo. Forse se ne sono un po’ dimenticati alcuni suoi alleati.
Ecco perché occorre ricordare alcune cifre per comprendere ancora una volta che accelerare le riforme previdenziali non è un capriccio, ma una necessità. La spesa per pensioni in Italia nel 2009 si è attestata a 253,5 miliardi di euro, con un aumento di oltre il 5% rispetto all’anno precedente. Si tratta del 16,7% del pil italiano, ovvero un sesto di ciò che gli italiani producono è «mangiato» dai trattamenti riservati a coloro che non lavorano più o non possono lavorare. Ma fatto ancor più grave è che questi ultimi rappresentano il 71% della forza lavoro, cioè ogni dieci persone con un impiego ci sono sette persone con una pensione.
La riforma Maroni, seppur annacquata dalla controriforma di Prodi, ha innalzato l’età pensionabile per coloro che hanno 35 anni di contributi versati a 61 anni. Il prossimo scalino (62 anni + 35) è atteso nel 2013, ma anticipandolo all’anno prossimo si risparmierebbero già circa 300 milioni di euro nel 2012 salendo oltre il miliardo in quelli successivi. L’anticipo dell’età di pensionamento di vecchiaia per le donne nel settore privato a 65 anni inoltre è un altro dossier che vale 20 miliardi. C’è poi l’azzardo del Sole24Ore. Il quotidiano ha calcolato che, obbligando tutti i lavoratori ad andare in pensione a 70 anni, nel 2040 si avrebbe un risparmio di 100 miliardi, buoni soprattutto per coloro che oggi hanno meno di 40 anni e che, una volta ritiratisi, avranno diritto a meno della metà dell’ultimo stipendio.
Ascoltare il ministro dell’Interno asserire che «le pensioni sono un capitolo chiuso» cozza non solo con la sua precedente esperienza al Welfare, ma anche con la storia di quella riforma che porta il suo nome. Berlusconi convinse il titubante Bossi ad avallarla perché «altrimenti è un disastro». Il secondo governo Berlusconi sarebbe andato a casa se non fosse stata approvata. E non solo perché lo chiedeva l’Europa ma soprattutto perché Gianfranco Fini e Marco Follini (rappresentante di Casini nel governo) erano pronti a nuove alchimie purché la loro base elettorale non avesse a soffrire dall’allungamento della permanenza al lavoro. E fino alla «defenestrazione finiana» anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aveva un’allure diversa da quella attuale: era pronto a qualsiasi soluzione che consentisse risparmi per rilanciare la crescita sull’altro versante. Oggi il superministro è un’altra persona rispetto a quella di sette anni fa. Come Maroni.
Non bisogna, infatti, dimenticare che essi furono gli artefici del meccanismo che assegnava un bonus a coloro che ritardavano l’uscita dalla vita attiva, mentre il sistema dei disincentivi fu poi abbandonato per le resistenze «stataliste» del resto della Casa della Libertà. È lo stesso meccanismo che oggi il governo vorrebbe riproporre separatamente alle parti sociali, una volta approvata la manovra. E sicuramente i margini per una trattativa esistono. Però sono ipotesi che confliggono con le ultime proposte del Carroccio come la tassa anti-evasori o l’aumento dell’Iva. «Esotismi» li ha definiti il presidente i Confindustria Marcegaglia: metafora forte ma non del tutto fuori luogo per una compagine di governo che aveva fatto del riformismo e dell’attenzione all’impresa una ragion d’essere.
Insomma, non c’è bisogno di avere la tessera di «Italia Futura», il think-tank montezemoliano, per avere idee originali. Basta essere quello che si è sempre stati e ritrovare quello spirito del 2004 che aveva portato a quella grande riforma delle pensioni che fu universalmente riconosciuta come un ottimo provvedimento. Anche da riformisti del centrosinistra come Rutelli e Parisi.
Non si trascuri, infine, che i detrattori di ieri sono gli stessi di oggi: gli ex Ds e la sinistra radicale. Nichi Vendola e Paolo Ferrero erano sulle barricate allora come adesso per difendere i diritti di coloro che già sono super-tutelati. E non erano soli perché la Cgil a trazione Cofferati-Epifani e, in misura minore, la Cisl e la Uil scesero in piazza per urlare il proprio «no» preventivo a qualsiasi cambiamento. Un altro buon motivo per guardarsi allo specchio e riflettere se decine di miliardi di euro di buone ragioni non fossero sufficienti.