"Pensioni a tutti i precari". Una follia da 165 miliardi

L’esecutivo vuole garantire a un milione di lavoratori atipici assegni vitalizi pari al 60% dell’ultima retribuzione. Ma garantire a chi si ritirerà dopo il 2035 i tre quinti dell’ultimo
stipendio significa produrre un aggravio alle casse dello Stato da
almeno 165 miliardi. E forse nuove tasse.

da Roma

Ogni promessa è debito. L’antico adagio ben si adatta al capitolo pensioni del protocollo sul welfare. Come se non bastasse l’abbattimento dello scalone, il governo ha voluto accontentare anche le generazioni più giovani «promettendo» un tasso di sostituzione del 60% per i futuri pensionandi. Ma garantire a chi si ritirerà dopo il 2035 i tre quinti dell’ultimo stipendio significa produrre un aggravio alle casse dello Stato da almeno 165 miliardi. E forse nuove tasse.
Le ipotesi. Milano Finanza e Progetica hanno studiato la materia. Le ipotesi di lavoro si concentrano su otto casi limite (un uomo e una donna, di 25 o 30 anni, con diploma superiore oppure laurea) di lavoratori parasubordinati o autonomi. Allo stesso modo (vedi grafico), si considera una crescita del pil reale dell’1% e una crescita reddituale reale dello 0,5%, tutti valori funzionali al calcolo della pensione con il sistema contributivo della Dini.
Lo scenario. Il trentenne con un anno di contributi a fine 2006 che smettesse di lavorare a 63 anni si ritroverebbe con un tasso di sostituzione del 40%. Le promesse governative impongono il recupero di un altro 20%, stimato in 4.723 euro all’anno. Moltiplicati per i 24,3 anni di vita pensionistica attesa si ricava che lo Stato dovrebbe garantirgli ben 114.784 euro in più rispetto alla riforma Dini. Negli altri casi il tasso di sostituzione oscilla tra il 38 e il 44%, sempre molto distanti dal 60% fissato dal governo. Milano Finanza e Progetica hanno anche preso in considerazione altre ipotesi di crescita del pil e delle retribuzioni tra le quali occorre segnalare l’esempio della trentenne con un anno di contributi nel 2006 che si ritirasse a 60 anni con un 2% di incremento medio del pil e uno 0,5% di aumento della retribuzione. La pensionata riceverebbe solo il 28,8% dell’ultima retribuzione e il 31,2% di compensazione costerebbe allo stato 9.750 euro per ognuno dei suoi 30,8 anni di vita pensionistica attesa. Totale: 300.312 euro.
Quanto costa? Secondo le stime del settimanale finanziario, la decisione del governo si traduce in un trattamento pensionistico che costerebbe in media 165mila euro in più rispetto alla normale riforma Dini. Parasubordinati e autonomi rappresentano circa il 30% della forza lavoro in Italia. Gli individui considerati nell’indagine, nati nel 1976 e nel 1981, si ritireranno dal lavoro a partire dal 2036. Le previsioni demografiche dell’Istat indicano in circa 5 milioni di persone i cittadini che allora avranno 60-65 anni. Il tasso di partecipazione al lavoro, secondo recenti stime della Ragioneria generale dello Stato, dovrebbe mantenersi sempre al di sopra del 70 per cento. Supponendo che il tasso di parasubordinati e autonomi rimanga invariato, le persone oggetto dell’indagine dovrebbero essere circa un milione. L’aggravio di spesa per i conti dello Stato potrebbe quindi attestarsi sui 165 miliardi di euro. Beninteso, non si tratta di versarli in un’unica soluzione: tutto dipenderà da quando ognuno sceglierà di ritirarsi.
La copertura. È ancora buio pesto sull’individuazione delle risorse necessarie. L’aumento dei contributi per i parasubordinati e autonomi e il blocco della perequazione delle pensioni più elevate servirà a finanziare l’abbattimento dello scalone. Le facilitazioni per il riscatto della laurea o per il ricongiungimento dei contributi versati a differenti enti previdenziali non basteranno. Eppure una buona soluzione ci sarebbe: lavorando più a lungo e favorendo lo sviluppo della previdenza complementare (ignorata dal protocollo) ci si garantisce una pensione più elevata. Ma questi discorsi a qualcuno non piacciono.