Il Pentagono vende per sbaglio armamenti all’Iran

Ricambi per caccia F-14 e sistemi di guida per missili Sparrow messi sul mercato senza controlli. E pensare che c’è l’embargo

Armi, armi americane… all’Iran. Nel giorno in cui la Russia conferma la consegna dei primi semoventi missilistici contraerei TOR M-1 a Teheran, vendita che Washington ha osteggiato in ogni modo, scoppia lo scandalo delle forniture americane all’Iran di preziosi pezzi di ricambio per missili e aerei da combattimento made in Usa che gli ayatollah hanno a suo tempo ereditato dal regime dello Scià. E i materiali arrivano direttamente dai surplus del Pentagono.
La vicenda riguarda un traffico clandestino organizzato con maestria dalla struttura iraniana per l’acquisizione di ricambi e componenti militari strategiche, quella che nel gergo dei servizi d’intelligence viene chiamata semplicemente «procurement». Gli iraniani si avvalgono sia di disinvolti intermediari sia di società fittizie, basate negli Usa o in Europa, che approfittano della ingenuità con la quale il ministero della Difesa statunitense cerca di racimolare qualche soldo vendendo al miglior offerente mezzi, materiali, armi, componenti e ricambi che il Pentagono ritiene ormai superati e che quindi ha ritirato dal servizio.
Ma quello che per gli Usa è ormai inutile può essere proficuamente utilizzato da tanti altri Paesi, anche dai più mortali nemici della superpotenza. Ci sono ad esempio ricambi per i caccia F-14 Tomcat, che la US Navy ha mandato in pensione da pochi mesi. L’Iran però considera l’F-14 il più potente aereo da combattimento di cui dispone e ne ha ancora 40-50 operativi dei 79 che acquistò nel 1977. Non sono più impiegati come caccia, quanto piuttosto come aerei radar e hanno il compito di avvistare tempestivamente un eventuale attacco condotto con aerei o missili da crociera. Questo perché l’Iran sa perfettamente che i suoi radar basati a terra sarebbero eliminati o neutralizzati prima di un’ipotetica offensiva. Ma malgrado il complesso industriale iraniano abbia cercato di fabbricare autonomamente i ricambi necessari a questi aerei, sono migliaia le parti critiche, sui 76.000 componenti del velivolo, che non sono semplice carpenteria aeronautica o che non possono essere duplicati. E la Repubblica islamica fa di tutto per procurarsele. Con buon successo, perché non sempre il servizio doganale statunitense riesce a bloccare le spedizioni.
Nella lista della spesa iraniana non ci sono solo gli F-14, ma anche i sistemi di guida per i missili aria-aria Sparrow, parti per i motori degli elicotteri CH-47, solo per citare alcuni casi eclatanti. E il sistema di vendite dirette, anche online, del surplus militare americano è così disastrosamente pieno di falle che è persino capitato che parti molto delicate dell’F-14 siano state intercettate dagli ispettori delle dogane, restituite al Pentagono… che le ha prontamente rivendute a un altro intermediario colluso con l’intelligence iraniana. Solo un miracolo ha consentito un secondo sequestro.
A beneficiare di queste gravi carenze non c’è soltanto l’Iran: altri Paesi sono interessati alla tecnologia militare Usa, anche se non è all’ultimo grido. È il caso della Cina, che grazie allo shopping diretto, alla corruzione, ad aziende compiacenti ottiene relativamente a buon prezzo apparati che richiederebbero anni di studio e forti investimenti per essere sviluppati in modo autonomo.
Il problema non è neanche recente: più volte in passato i servizi di sicurezza occidentali, compreso il nostro Sismi, che ha una ottima struttura di contrasto del procurement illegale, hanno segnalato ai colleghi americani transazioni sospette di sottosistemi e apparati di interesse militare strategico, che in qualche caso sono passate per il suolo europeo invece che per quello americano. Ma non sempre si è saputo o voluto provvedere. E gli iraniani ringraziano. Altro che embargo.