Il pentimento della Iena: "Mi arrendo, intervistatemi"

Caro Caverzan,
ti scrivo come si scrive a una fidanzata con cui ci si lascia dicendo: «Ok, ci lasciamo, ma prima voglio chiarire!». Chiarisco.
Quando un giornalista di carta stampata mi chiede un’intervista, prima mi stupisco che trovi interessante intervistarmi, poi, da qualche tempo, pongo due condizioni alternative:
1) Che egli registri l’intera intervista a tutela sua e mia, in modo che nessuno dei due possa successivamente smentire domande o risposte.
2) In alternativa e solo in caso non si possa registrare, la possibilità di leggere le mie risposte trascritte per verificarne l’esatta corrispondenza con quello che ho detto a voce. Queste precauzioni nascono dal fatto che in alcune interviste non registrate ho dato certe risposte e il giornalista se ne è inventate altre di sana pianta. Non ha riassunto o sintetizzato come ovviamente e giustamente accade. No! Si è proprio inventato le risposte (e anche le domande)!
Premetto che non credo di avere delle cose interessantissime da dire, ma quelle quattro stronzate che escono dalla mia bocca voglio siano riportate precisamente per quello che sono. Soprattutto in un contesto in cui tutti dicono tutto e il contrario di tutto smentendo tutto e il contrario di tutto. Chiunque può sputarmi in faccia come meglio crede ed esprimere il giudizio che vuole non certo per mia concessione ma perché è un suo diritto. Basta che non mi metta in bocca parole che non ho mai pronunciato.
Questo era, è, e sarà, l’unico motivo di tutte le mie precauzioni. Non già «l’autorizzazione» per le domande giuste, tantomeno «l’avallo finale» per un’intervista su di me. Nessuno può chiedere a nessuno l’autorizzazione per esprimere un giudizio. E io sarò pure un coglione ma non così tanto da pensare di dover «autorizzare» qualcuno. Quanto alle mie precauzioni, la tua reazione mi ha fatto comprendere una cosa che, preso dalla mia foga difensiva, avevo sottovalutato: che la richiesta di leggere le risposte trascritte possa essere interpretata in vari modi e rivelarsi vessatoria e offensiva per un giornalista che voglia fare esclusivamente il suo mestiere. Per questo ti chiedo scusa, escludendo questa eccessiva e insopportabile richiesta da qualsiasi mia precauzione futura. Ma rimanendo dell’idea che se l’intervistatore registrasse qualsiasi intervista ogni problema sarebbe risolto a monte. Con la consapevolezza che, comunque, non stiamo parlando del problema più importante del mondo, e lasciandoti il diritto di sputarmi in faccia ogni volta che mi incontri, ti saluto «con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole».
Il tuo mito insgretolabile
Enrico Lucci

Domani leggerete l’intervista a Enrico Lucci, senza paracadute.